Giusto così: perché nel ciclismo il finale di una storia non è mai scritto come uno se lo immagina o come lo vorrebbe.
Alberto Contador e Andy Schleck abbracciati al traguardo della tappa più importante, sul Tourmalet: ma non dovevano essere rivali indiavolati? E il dualismo alla Coppi & Bartali, un punto fermo nelle fantasie di generazioni di giornalisti, è andato a farsi benedire. E ora, nelle sale stampe, i dinosauri della carta stampata non si ritroveranno in questo ciclismo gentile, troppo gentile. Si sprecheranno, critiche dai pulpiti più autorevoli, perché il pubblico voleva una sfida più accesa, perché anche sull’ultima salita, in fondo ci si è annoiati, sperando in una lotta all’ultima pedalata, in qualcosa di epico o presunto tale che potesse stuzzicare la solita enfasi che tanto piace ai cultori del ciclismo eroico.
Il Tour de France più a misura d’uomo degli ultimi anni ha invece regalato un tappone con finale meno drammatico: la sfida nella nebbia c’è stata, i due protagonisti erano là a giocarsi la tappa e la vittoria finale, ma troppo alla pari per poter favorire chissà quale spettacolo, che poi è una storia già vista: quella di un trionfatore che scatta e di uno sconfitto piegato sul manubrio e con il viso contratto dalle lacrime. E invece il Tourmalet ha regalato ben altro spettacolo…
Il tormentone del fair play che schiere di giornalisti hanno alimentato fin dalla tappa di Spa, la seconda, passando per il pavé di Arenberg, fino alla tappa del salto di catena di Schleck ha avuto il suo happy end, voluto questa volta dagli stessi protagonisti, quasi come una beffa nei confronti di chi si aspettava un’aspra battaglia sull’ultima montagna. Avete voluto il fair play? Ora beccatevi anche questo, un epilogo con due amiconi che festeggiano e si complimentano l’un l’altro.
Eppure la sfida c’è stata: forse dalle sale stampa e dagli schermi delle tivù, questa battaglia è sembrata spenta, abituati, come siamo, a finali thriller e a tanta fiction. Per fortuna, il ciclismo non è fiction e nemmeno un videogame: la strada e la fatica scrivono la trama. E se due avversari si considerano prima di tutto colleghi, il rispetto per la fatica altrui è sacro, quasi più della propria.
Criticateli pure, Contador e Schleck, ma pensate a quanto è diverso, questo circo delle due ruote, dal mondo spietato di altri sport, dal calcio per esempio, dove prevalgono spesso valori diversi: ovvero, se non vinci non sei nessuno. Nel ciclismo non funziona così, perché ogni metro di strada conquistato è un metro sudato ed è frutto di sacrifici che durano da mesi, se non da anni. Chi giudica duramente questo Tour e questi protagonisti, senza magari aver mai cacciato fuori il naso dalla sala stampa, senza aver mai fissato negli occhi i corridori morti di fatica dopo una giornata di montagna, forse dovrebbe riflettere su cosa vuole veramente. Sì, perché gli scatti brucianti invocati dal pubblico, le azioni mozzafiato in salita di certi miti, le progressioni al limite del disumano, in questo sport hanno avuto spesso un prezzo altissimo. Piuttosto che la fiction, meglio accettare la realtà, anche se meno avvincente. A misura d’uomo: meglio un ciclismo così, che si abbraccia sul traguardo e, magari, non dovrà riscrivere classifiche e ordini d’arrivo tra qualche mese.
Lorenzo Franzetti