Et voilà, le Tour

Luglio, mese del Tour de France. La grande corsa a tappe francese presenta un percorso duro e ricco di insidie: 21 tappe per decretare il vincitore di Parigi. Ma potrebbe bastarne anche una sola, tante sono le trappole disseminate qua e là

Foto. A.S.O./Pauline Ballet

Il Giro è più bello. E il Tour è “più” tutto il resto: più ricco, più famoso, più spettacolare (mah?), più partecipato, più grande... già, la grandeur francese presente già nel nickname della gara, le Grand Boucle.

Venerdì 1 luglio: et voilà, le Tour. È il quarto evento più seguito al mondo, dopo Olimpiadi, Mondiali di Calcio e Ryder Cup. Solo che Olimpiadi e Mondiali si tengono ogni quattro anni e la Ryder ogni due: così, il re della stagione sportiva resta Monsieur Le Tour.

176 corridori al via

Quest’anno si parte da Copenaghen e si arriva ai Campi Elisi di Parigi il 24 luglio, dopo aver brevemente sconfinato anche in Belgio e in Svizzera. In tutto sono 3.349,8 km, divisi in 21 tappe (tre i giorni di riposo), affrontati da 22 squadre di otto corridori: 176 ciclisti in caccia della Maglia Gialla.

In quanto a chilometri, è il tracciato più breve degli ultimi vent’anni. Ma non per questo il più semplice.

Anzi, è un Tour disseminato di mille trappole da ribaltone, per tre settimane che si annunciano incandescenti e non solo per il solleone di luglio: sei frazioni piatte, sette ondulate, sei di alta montagna e due cronometro.

Si inizia, come consuetudine, proprio contro il tempo, con 13,2 km sotto lo sguardo della Sirenetta a decretare la prima Maglia Gialla.

Poi tre tappe potenzialmente (anzi, sicuramente) sferzate dal vento, con lo stress dei ventagli e il rischio concreto di perdere minuti o, addirittura, il Tour per una caduta malandrina.

Prima le Classiche, poi le montagne

Foto. A.S.O./Pauline Ballet

La quinta frazione omaggia la Roubaix. Una ventina di chilometri su undici dei settori di pavé della Regina delle Classiche: un bel test, stavolta obbligatorio, per gli uomini da grandi Giri che ad aprile l’avevano disdegnata, sostenendo di non essere corridori adatti a quel tipo di corsa. Il giorno dopo, si replica: sconfinamento in Belgio, per una tappa che ricorda da vicino il Fiandre.

Poi il via alle tappe di montagna, con il primo arrivo in quota (La Super Planche des Belles Filles), l’arrivo svizzero di Losanna, sede dell’UCI (quattro GMP) e il traguardo di Châtel Les Portes du Soleil (altri quattro GPM).

Foto: A.S.O./Charly lopez

È solo l’antipasto di ciò che succederà a metà della seconda settimana: l’undicesima tappa arriva in cima al Col du Granon, una delle ascese più devastanti di tutta la Francia. Il Tour torna (finalmente) lassù dopo ben 36 anni di assenza, il che significa che nessuno in gruppo lo ha mai scalato durante la Corsa Gialla.

Il giorno dopo - 14 luglio, Festa nazionale (Presa della Bastiglia) e dodicesima tappa - si arriva all’Alpe d’Huez, salita iconica sia per i cugini d’Oltralpe sia per noi italiani, che lassù abbiamo trionfato con Fausto Coppi, Bugno, Conti, Guerini e Pantani. Nel mezzo di queste due tappe, le salite della leggenda: il Telegraphe, il Galibier (due volte) e la Croix de Fer, per un totale di 8500 metri di dislivello concentrati in due giorni.

Foto: A.S.O/Jonathan Biche

Pirenei e Parigi

L’ultima settimana si battaglia sui Pirenei con gli arrivi in quota di Peyragudes e di Hautacam, prima di darsele di santa ragione (in dipendenza delle energie rimaste) nella crono di Rocamadour, una crono finalmente vera di quaranta e rotti chilometri scanditi dalle lancette.

È l’ultima sfida prima della passarella di Parigi, forse il solo traguardo di questa edizione davvero riservato ai velocisti puri. È la volata più importante del mondo, che fa (quasi) passare in secondo piano il trionfo della Maglia Gialla. C’est le Tour! Salut tout le monde...

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