di Paolo Vedovato
30 September 2023

Giro d'Italia: quelle nevicate che ci raccontano

L’edizione 2023 del Giro d’Italia ha scatenato accesi dibattiti anche per l’accorciamento di una tappa a causa di una fitta nevicata. L'accaduto continua ad alimentare inevitabili riflessioni sul ciclismo di oggi e sugli uomini di ieri

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Francesco Moser durante il Giro d'Italia del 1965.

Il fatto: la tappa 13 del Giro d'Italia 2023 è stata accorciata, niente Gran San Bernardo e nuovo km 0 che è stato posto in località Le Chable, all'imbocco della Croix de Couer. In questa occasione l’Italia si è divisa in due fazioni opposte piuttosto agguerrite: l’una che perorava la causa degli organizzatori, ritenendo giusto l’avere anteposto la sicurezza dei corridori alle “ragioni di spettacolo” del circo rosa, l’altra che invece evidenziava come i nuovi astri del ciclismo siano talmente pagati, coccolati, viziati che potrebbero correre il Giro sui rulli all’interno di un capannone, così non rischierebbe niente nessuno. E a dimostrazione di ciò, pubblicava sui social media fior di immagini che ritraevano ciclisti con la bici in spalla e la neve al ginocchio in occasione di edizioni del Giro più o meno lontane nel tempo. Non me la sono sentita di prendere le parti di questo o di quell’altro schieramento, anche se qualche domanda sull’effettiva opportunità di trasformare una tappa in una Caporetto per un po’ di neve me la sono posta.

Giro d'Italia 1962: Vito Taccone sul Passo Rolle.

Se non altro la polemica nata da questo accadimento ha avuto il merito di risvegliare dei ricordi nella mente di mio padre, classe 1931, una tempra d’altri tempi sopravvissuta alla guerra, ai casi della vita e alle bizzarre malattie e ancor più bizzarre cure che si vedono di questi tempi.

Sportivo fin da giovane, più nello sci di fondo che in altre discipline – la sua prima conferma fu il podio nella staffetta ai Campionati Universitari Italiani al Sestriere – mio padre non disdegnava la bicicletta, e calcava le malridotte strade del dopoguerra su una bellissima Wilier Triestina color rame, identica a quella della squadra corse ufficiale. Non che potesse permettersela, ma suo padre, mio nonno Guido, nel dopoguerra faceva il commesso viaggiatore per la cartiera di Tolmezzo, che forniva alla Wilier la carta per gli imballaggi dei telai e di altri componenti. Così la sua Wilier ramata l’aveva ottenuta grazie all’amicizia di mio nonno con la proprietà, che ad ogni occasione regalava a mio padre anche i tubolari, usati ma buoni, scartati dalla squadra.

Venne quindi l’alba del mese di giugno del 1950, e il Giro d’Italia si apprestava a percorrere la tappa Vicenza – Bolzano, scalando dislivelli importanti come il Passo Rolle ed il Passo Pordoi. Mio padre, partito da Vicenza ad ore antelucane in sella alla sua Wilier, decise di raggiungere il Passo Rolle anticipando il Giro, e lì attendere il passaggio del suo grande favorito, Fausto Coppi. Munito soltanto di una maglietta di lana, una borraccia e i suoi 19 anni, si trovò alle prese con la salita al Rolle mentre le condizioni meteorologiche peggioravano nettamente, con un drastico calo della temperatura. Ai quasi 2.000 metri del valico iniziò a cadere qualche fiocco di neve, poi sempre di più, finché mio padre si ritrovò in maniche corte, tremante di freddo, ad aspettare che passasse il suo campione. Fu così che un motociclista, fermo anche lui in attesa, vedendolo battere i denti gli prestò il suo pastrano di cuoio. Passarono i primi corridori, ma di Coppi nessuna notizia.

L'incontro mancato sul Rolle

Si seppe subito dopo che “l’airone” era caduto sulle "scale di Primolano", con fondo in pavé, urtato inavvertitamente da Armando Peverelli che per evitare un'auto aveva dovuto effettuare un brusco scarto. Nella caduta di per sé banale, aveva riportato una frattura tripla al bacino, che lo vide ricoverato d’urgenza a Trento in preda a dolori lancinanti e che lo immobilizzerà per 29 giorni. Passati i primi corridori e saputo dell’incidente occorso a Coppi, mio padre prese la strada del ritorno, scendendo dal passo per ripercorrere a ritroso i circa 125 km che separavano il Rolle da Vicenza. Raggiunse Vicenza in serata, con 250 km nelle gambe, una nevicata sulla testa e una delusione per la sorte del grande Coppi.

Siamo d’accordo, erano altri tempi, potremmo pure dire tempi eroici; la guerra era finita da poco, le strade erano un colabrodo e gli sterrati erano ancora una consistente parte della rete viaria. Le bici e gli equipaggiamenti erano ancora rudimentali. Ma anche gli uomini erano diversi, va detto. Se fossero migliori gli uomini e il ciclismo di allora, ognuno di noi giudicherà in base alla propria cultura e alle proprie simpatie. Guardando quei filmati in bianco e nero dove i ciclisti spingono la bici in un paesaggio dove sarebbe più adeguato un paio di sci, mi verrebbe da dire che è così.

Franco Vedovato (al centro) nelle vesti di sciatore.

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