Ho pedalato in Sicilia e sono rinato

Da Trapani a Catania in bicicletta, lungo una ciclovia che taglia tutta la Regione attraverso i luoghi meno noti e più lontani dal turismo di massa. Un viaggio a pedali che permette di scoprire bellezze inaspettate, incontrare eccellenze uniche, immergersi in storie affascinanti. E magari ritrovare sé stessi

(Foto: Gianluca Ricceri)

L’ottava edizione dell’Oscar italiano del Cicloturismo, il riconoscimento che viene assegnato ogni anno alle ciclovie verdi delle Regioni che promuovono la vacanza su due ruote con servizi mirati al turismo lento, ha premiato la “Ciclopedonale Puccini” in Toscana (da Lucca a Torre del Lago Puccini, 58 km).

Al secondo posto (solo per esigenze di organizzazione, perché tutta l’Italia, dal Brennero a Lampedusa - è da primo posto), si è classificato il Sicily Divide, un itinerario ciclabile di 470 km che attraversa tutta la Sicilia, da Trapani a Catania, su strade secondarie e rurali ma anche ex ferrovie, percorsi sterrati sugli argini di fiumi e canali, toccando ben 42 centri abitati fra borghi e città.

Lungo l’intero tragitto si trovano bike hotel, fontane, punti di ristoro, assistenza, noleggio bici, ricarica bici e i check-point dove i ciclisti possono (devono) collezionare i timbri per ricevere l’attestato di percorrenza della ciclovia sul Divider’s Pass, il libretto che testimonia il passaggio per i vari checkpoint al fine di ottenere l’Attestato finale, ma che, soprattutto, permette di usufruire di condizione agevolate negli hotel convenzionati (che sono a misura di ciclista e di bici).

Il progetto è stato messo a punto da Giovanni Guarneri, punto di riferimento delle dueruote siciliane e già artefice del Periplo della Sicilia: dopo aver disegnato una traccia che circumpedalava l’intera isola (1200 km in sella fronte mare), Guarneri ha completato l’opera, addentrandosi - sempre in bici - all’interno di una regione ricca di storia e di storie, di tradizioni da scoprire, di luoghi da vivere, di volti da incontrare. Perché, poi, l’essenza del cicloturismo sostenibile è proprio questa.

Il Sicily Divide è nato con l’obiettivo di aiutare le comunità delle aree interne dell’isola tramite la diffusione di buone pratiche nell’accoglienta dei turisti su due ruote, con la creazione di una rete di bike hotel, ciclo-officine e altri servizi in grado di stimolare nelle popolazioni locali la volontà di generare un indotto economico per i loro territori legato al cicloturismo.

Si tratta, infatti, di un percorso che attraversa orizzontalmente la Sicilia centrale più sconosciuta, quella lontana da spiagge affollate e dalle località più note, che da Trapani passa per Salemi, Gibellina, Santa Margherita di Belice, Sambuca, Villafranca Sicula, Santo Stefano Quisquina, Mussomeli, Montedoro, Caltanissetta, Borgo Cascino, Enna, Leonforte, Agira, Regalbuto, Centuripe, Paternò per terminare a Catania. O tutto al contrario, se si preferisse fare il Divide in senso inverso.

La Sicilia è famosa per il mare e le sue spiagge; ma appena si lascia la costa è tutto un saliscendi (più sali che scendi), per cui se si decide di viaggiare a pedali è opportuno prevedere una scala di rapporti generosa: l’ideale è una gravel (l’asfalto a tratti è rovinato e molti segmenti sono su strade bianche e sentieri, a volte perfino su single track) o una all-round, senza disdegnare la versione a pedalata assistita.

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La spiaggia di Castellamare (Foto: Gianluca Ricceri)

Da Castellamare a Trapani

Un assaggio di tutto ciò è stato possibile con un educational promosso da Regione Sicilia e organizzato da Terre di Mezzo Editore, che ci ha permesso di fare la terza tappa del “Periplo” (da Castellamare del Golfo a Trapani) e, il giorno dopo, la seconda del “Divide” (da Gibellina a Sambuca).

(Foto: Gianluca Ricceri)

Castellamare è un ordinato e complesso dedalo di viuzze. Davanti la storica fortificazione arabo-normanna, dietro le severe pendici del Monte Inici. Non fai a tempo a uscire dal borgo e già sei in salita. Ma una sosta al Belvedere è inevitabile: la vista spazia su tutto il Golfo, dalla Riserva Naturale Orientata dello Zingaro (sulla sinistra) fino a quella di Capo Rama (di fronte): tu sei solo un ciclista, ma ti senti onnipotente.

(Foto: Gianluca Ricceri)

Il percorso ci mette del suo: lasciata la Statale 187, si prosegue per la sterrata Contrada Conza, scendendo verso la spiaggia di Guidaloca. Di fronte, l’azzurro di un mare cristallino; sopra, l’indaco di un cielo infinito; tutto intorno, i rossi, l’ocra, i gialli di una terra dalle mille sfumature. Non sei su un sentiero: stai pedalando in un quadro. Inebriato dalla zagara, avvolto dalle ginestre. È la Sicilia che stordisce di piacere.

(Foto: Gianluca Ricceri)

E che dire di Scopello, che si annuncia con due imponenti faraglioni che emergono dalle acque a guardia della tonnara medioevale? Poi entri nel borgo e sei fuori dal tempo, in una piazzetta che non capisci se sia reale o sia un set cinematografico, tanto è perfettamente caratteristica. Ma il suo fontanile, con acqua freschissima, limpida e ristoratrice, quello sì che lo capisci subito.

(Foto: Gianluca Ricceri)

Rabboccate le borracce, si riparte alla volta di un gioiello fuori dalle rotte del turismo. Il bello della bici è proprio questo: ti porta dove gli altri non vanno. La Contrada Scarmuci (5 km di panoramicissima salita asfaltata, con vedute prima sul mare e poi sull’entroterra) sale fino al Castello di Baida, edificato probabilmente verso la fine del XIII secolo. Prende il nome da un antico insediamento musulmano chiamato “Al Bayda”, cioè “la bianca”, dato che si trovava nei pressi delle Rocche Bianche. Di quel complesso restano poche rovine, giusto i torrioni, una cinta merlata, una chiesetta e un portale. Poche tracce, ma sufficienti a farti capire che da qui è passata la Storia, una Storia fatta di invasioni e di rinascite, di popoli e di culture.

(Foto: Gianluca Ricceri)

Dal Castello musulmano fino alla Reggia di Caserta. O, anche, fino a San Pietro in Vaticano. Due monumenti famosi in tutto il mondo decorati con i marmi di Custonaci, le cui cave si raggiungono con la “Strada dei Marmi”, che parte proprio dal Castello di Baida. Più che strada, un sentiero. Ma ampio, ben battuto e, soprattutto, in piano (vabbè, appena vallonato). Si pedala lambendo i blocchi, granatieri squadrati e perfetti, che partono dal cuore della Sicilia e vanno in tutto il mondo. Un’altra eccellenza di questa terra unica. Blocchi con un candore che vira dal bianco al rosa, accenni di porpora e sfumature di rosso: come fai a non toccarli, per riempirti della loro magnificenza?

Come stupenda è la vista dalla Torre di Ligny di Trapani. Favignana e le Egadi sono lì, che ti sembra di toccarle. È sera, la bici ha terminato la sua corsa e tu ti concedi lo Street Food Tour proposto da Vincenzo e Angelo di Turismo Trapani: una visita a piedi della città, con una serie di soste degustazione nei locali più tipici.

Da Gibellina a Sambuca

È il 14 gennaio 1968. Una prima scossa di terremoto fa tremare il Belìce. Poco più tardi una seconda, più forte. E una terza, ancora più violenta. Poi, nella notte, la frustata più devastante e al sorgere del sole il Belìce non esiste più, la Sicilia è pugnalata, l’Italia attonita. Oggi, a distanza di anni, quelle ferite - pur rimarginate - sanguinano ancora. Nella memoria della gente. Nel silenzio delle macerie. In una ricostruzione dolorosa. Siamo al Cretto di Burri, memoriale di quella tragedia e passaggio obbligatorio per tutti i ciclisti che sappiano pedalare tra memoria e rispetto.

Cretto significa spaccatura, crepa, fenditura. Qui a Gibellina, anche ferita: centoventidue blocchi di cemento alti circa 1,60 m con cui l’artista Alberto Burri ha ricoperto le macerie di un paese interamente raso al suolo dal sisma e consegnato alla storia la più grande opera di land art d’Italia (e una delle più grandi al mondo) che ripercorre vie e vicoli del vecchio borgo.

Tra le “vie” di Gibellina sepolta non si dovrebbe pedalare: certo, nessuno vieta di farlo. Ma il senso di rispetto che emana il luogo imporrebbe un’impronta quanto più lieve possibile. Altri blocchi, rispetto a quelli di Custonaci: quelli parlano di eleganza e raffinatezza, questi sono il memoriale di vite spezzate, di sogni sbriciolati, di progetti cancellati, di speranze perdute. Tutto all’improvviso. Tutto in una notte.

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Ma è la stessa Strada Provinciale 5 (asfalto perfetto, due macchine in tutto) a essere un memoriale a cielo aperto: poco oltre il Cretto, essa sfiora i ruderi di Salaparuta, purtroppo ormai lasciati in stato di abbandono con la vegetazione che sta lentamente costruendo il "suo" cretto. C’è modo, però, di fermarsi alla stele commemorativa di quel disastro, posta all’ingresso del vecchio paese: un altarino di una semplicità disarmante ricavato in un muro restato in piedi che trasuda emozioni molto intense.

Le stesse che provi davanti alla cancellata che preclude l’accesso a Poggioreale, il paese fantasma lasciato a sè stesso così come lo lasciò il terremoto: sventrato, ma non distrutto a perenne ricordo della violenza di quella notte. È vietato addentrarsi tra le vie, per concreto pericolo di crolli improvvisi (anche se i furbi e i cretini ci sono sempre); ma osservare il paese dall’alto rende l’idea della tragedia.

Pochi i turisti, scarse le auto, nulle le indicazioni: l’entroterra, teatro negli anni di un disperato spopolamento e di una ricostruzione a volte scriteriata, stenta a decollare. Eppure è una terra fantastica, dalle mille risorse. E l’accoglienza della gente rasenta il commovente (provate a far sosta all’Azienda Agricola La Chiusa, dove il gestore Stefano Ientile ha chiuso una laurea in Architettura nel cassetto per rilevare e portare avanti la tenuta di famiglia).

(Foto: Gianluca Ricceri)

Tra i ruderi di Montevago, invece, si passa: anche qui sono macerie che parlano, soprattutto quelle che ospitano i “Percorsi Visivi”. Tra i muri devastati è stato ricavato un museo open air di disegni, murales, dipinti di grande impatto. Sono facilmente osservabili attraverso le brecce delle rovine, gli spaccati dei muri che delimitavano stanze umili, arredate con semplicità a testimoniare (e ricordarci) una vita povera ma dignitosa. Tutto cancellato. Tutto sparito.

Come la cattedrale, che sopravvive in poche colonne e arcate, o come Palazzo Filangeri di Cutò, a Santa Maria Belìce, di cui restò in piedi solo la facciata. Completamente rifatto, è più noto come “Palazzo Gattopardo”, in onore dell’opera di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Cultura a pedali.

Si va a chiudere: Sambuca di Sicilia, annoverato tra i borghi più belli d’Italia, conserva evidenti tracce della sua tradizione araba, tuttora presente nei nomi di vicoli e viuzze. È una cittadina frizzante, ricca di stili e testimonianze che si sono intrecciati in secoli di dominazioni diverse. Poco distante, il Lago Arancio abbraccia i resti del fortino di Mazzallakkar, del quale emergono le torri solo quando il livello dell’acqua si abbassa. L’ultima salita porta alla Terrazza Belvedere, con la vista che spazia su tutta la vallata. Come a Castellamare, ti senti onnipotente.

Giovanni Guarneri, ciclista come noi, che ha disegnato i percorsi, ci saluta buttandola sul ridere: ha confezionato una simpatica t-shirt che recita “Ho pedalato in Sicilia e sono sopravvissuto”. Giò, ti voglio bene, ma hai sbagliato tutto: ho pedalato in Sicilia e sono rinato.

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