Omar di Felice e la sua bicicletta sulle cime dell'Himalaya

"Pedala, spingi, scala, ripeti”, il mantra di Omar di Felice in 19 giorni 1294 km e un dislivello positivo di quasi 40 mila metri, ha raggiunto il campo base dell'Everest.

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“E' nel momento più freddo dell'anno che il pino e il cipresso, ultimi a perdere le foglie, rivelano la loro tenacia” recita un aforisma di Confucio. Come il pino e il cipresso, anche Omar di Felice ha dimostrato la sua tenacia, raggiungendo il traguardo del suo epico viaggio in bicicletta sulle montagne più alte della Terra.

L'8 marzo, il 39enne romano, ex ciclista professionista, ha raggiunto il Campo Base dell'Everest, a 5364 metri di quota, dopo una lunga pedalata attraverso il versante nepalese della catena himalayana che l'ha portato a percorrere in 19 giorni 1294 km e un dislivello positivo di quasi 40 mila metri. Il tutto in un bikepacking non supportato, ovvero portandosi tutto il necessario in un bagaglio di circa 20 kg. Nei tratti più ripidi e tecnici, spesso ha dovuto caricarsi anche i 9,1 kg di bici sulle spalle, affrontare tratti innevati montando i ramponcini sulle scarpette da ciclista, con temperature che nei punti più alti arrivavano anche a quasi 30 gradi sotto zero. In alcuni momenti ha fatto anche la spola, portando prima su lo zaino per un pezzo, per poi tornare indietro a riprendere la bicicletta. “Pedala, spingi, scala, ripeti”: era questo il mantra delle lunghe giornate di marcia.

“La cosa più complicata delle avventure invernali, che le rende completamente differenti – spiega l'avventuriero - risiede nelle condizioni di vita. Nella impossibilità di recuperare e dormire correttamente, nel dover non solo pedalare al freddo ma anche dover gestire il prima e il dopo, senza possibilità di doccia né di riposare al caldo”. Un dettaglio che può fare la differenza, anche per un ciclista come lui, che ha pedalato in Alaska, Islanda, Mongolia e tantissimi altri luoghi in giro per il mondo, partecipando anche a gare di ultracycling come la Trans am bike race, che attraversa gli Stati Uniti da costa a costa e durante la quale si dorme 3 o 4 ore a notte, corsa nel 2019.

Partito da Kathmandu, Di Felice si è diretto verso ovest passando per Pokhara e poi Jomsom, capoluogo del Mustang, mitica regione tra le più aride e fredde di tutta l'Asia. Quindi ha affrontato la salita al Kora La Pass a 4660 metri fino al confine con la Cina. Da qui è sceso verso sud attraverso sentieri e strade non battute per imboccare l'Annapurna trail e risalire al Thorung La Pass a 5416 metri, il passo transitabile più alto al mondo e uno dei passaggi più difficili di tutto il percorso. Da qui, dopo essere ridisceso nuovamente a Kathmandu, Di Felice ha ricominciato a salire per 200 km continui ed estenuanti fino a Lukla, punto nevralgico molto noto agli appassionati di trekking, da dove poi è iniziata l'ultima ascesa che l'ha portato al famigerato luogo al cospetto del “re degli Ottomila”, punto di partenza delle spedizioni che hanno fatto la storia dell'alpinismo. Una delle maggiori difficoltà di questo tour è stato lo shock termico tra i quasi 35 gradi della capitale del Nepal ai -20, -25 dei passaggi a quota più elevata. La traccia gps, disponibile su internet, sarà validata da una società specializzata, in modo che questa impresa venga riconosciuta come la prima pedalata di cui si abbia conto fino al Campo Base dell'Everest in inverno.

La sua fedele compagna di viaggio in queste tre settimane è stata una mountain bike front Wilier Triestina, storica azienda di Bassano del Grappa, mono corona con cambio Shimano xtr. “Molti mi chiedono come mai porti la bici sulle spalle, se non sarebbe meglio lasciarla giù”, ha chiarito Di Felice sui social “Io con la bicicletta ho un rapporto che è nato quando ero bambino, mi ha aiutato a vincere la timidezza, c'è stata nei momenti difficili”, continua l'esploratore che ha scoperto l'amore per il ciclismo guardando le imprese di Pantani: “Non è importante se è più veloce andare a piedi o meno, io la bicicletta devo portarla con me e la voglio assolutamente portare. Mi ha tirato fuori da tante situazioni, mi ha aiutato a uscire dal gruppo quando da ragazzi si viene bullizzati, e mi ha aiutato a diventare la persona forte che penso di essere oggi. Questa lunga salita con lei sulla schiena – conclude - è un lungo tributo a colei che in questi trent'anni non mi ha mai abbandonato”.

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