Salvare le cicliste afghane: l'impegno dell'Italia per aiutarle a lasciare Kabul

Mentre l'Afghanistan precipita nel caos, la Federazione Ciclistica Italiana si è attivata, tramite il Dipartimento allo Sport e il Ministero degli Esteri per aiutare le atlete della Nazionale di ciclismo afghana a lasciare il Paese e mettersi in salvo: "Perché possano continuare a praticare uno sport che è simbolo di libertà e uguaglianza".

(Foto dalla pagina facebook Afghanistan Cycling Federation) 

Prima di tutto metterle in salvo dalla Afghanistan, poi consentire loro di continuare a pedalare. La Federazione Ciclistica Italiana, anche raccogliendo l'invito della sottosegretaria allo sport Valentina Vezzali, subito dopo il precipitare della situazione a Kabul si è attivata per riuscire a portare in Italia le ragazze della nazionale di ciclismo e i loro familiari. In quanto donne, innanzi tutto, poi in quanto sportive e in particolare cicliste, infatti, è a rischio la loro incolumità nella situazione che si è venuta a creare con i Talebani al potere. Il lavoro diplomatico della Federazione per riuscire a metterle in salvo le atlete procede in stretta collaborazione con il Ministero degli Esteri e con il Dipartimento allo Sport. "Faremo di tutto perchè le cicliste afghane possano continuare ad allenarsi e gareggiare. - ha dichiarato il presidente della Federciclismo Cordiano Dagnoni - La cosa più importante in questo momento è quella di riuscire a farle uscire dal Paese. Poi penseremo a come metterle nella condizione di poter svolgere lo sport che amano e che rappresenta, oggi più che mai, un simbolo di liberta' e uguaglianza". Dagnoni ha anche voluto ringraziare personalmente la giornalista Francesca Monzone "per quanto fatto e sta facendo in questo frangente per il movimento ciclistico femminile di quel Paese". La giornalista aveva raccontato le storie delle cicliste afghane, delle loro difficoltà anche materiali per continuare ad allenarsi. La Federazione si era attivata per aiutarle, anche grazie alcuni sponsor, in modo che potessero avere le biciclette per coninuare ad allenarsi e provare a partecipare alle Olimpiadi di Tokyo. Alla fine a partecipare c'era riuscita solo Masomah Ali Zada, che vive in Francia e aveva gareggiato tra le fila degli Atleti Olimpici Rifugiati. Ora l'azione di aiuto che si sta tentando è ancora più importante e delicata: in gioco non c'è l'emozione di una gara o di una medaglia, ma la liberà e la vita.

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