Tour de France: la grande festa di Vinge, re di Parigi

Sul tradizionale traguardo dei Campi Elisi, il danese Jonas Vingegaard ha conquistato la Maglia Gialla finale.

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Tappa 21: il meritato trionfo a Parigi per il danese Jonas Vingegaard. Foto A.S.O Charly Lopez

Il danese Jonas Vingegaard ha vinto l’edizione 109 del Tour de France. Una domenica di grande festa ha registrato l’ultima tappa della Grand Boucle, una frazione percorsa in modalità “tuttoprevisto/tuttoperfetto”. I chilometri di avvicinamento alla capitale sono stati declinati in un tranquillo trasferimento per le foto di rito alle varie Maglie, brindisi e spumante (opsss, champagne...) tra compagni e ammiraglie e applausi per tutti in un clima da ultimo giorno di scuola. Poi, l’ingresso sempre emozionante nel circuito, con il passaggio DENTRO al Cour Carrée del Louvre (ma puoi??? Solo il Tour è capace di queste meraviglie...), Place de la Concorde, gli otto giri da compiere nel salotto buono del ciclismo mondiale, la gente ad accogliere i reduci di tre settimane di battaglia all’ultimo watt, uno sprint che incarna la volata delle volate della stagione: tuttoperfetto!

Sul circuito di Parigi vale da sempre una sola regola: si corre a tuono. Sarà anche una passerella, ma è tutta in apnea. La fuga, che in altre tappe ha avuto successo, qui non funziona: uscire dal gruppo vale soltanto come encomiabile, ma momentanea, vetrina per temerari. Lo sanno bene Stefan Bissegger, Stan De Wulf, Jan Tratnik, Mathieu Burgaudeau, Dani Martinez, Matteo Jorgenson, Max Schachmann, Mikkel Honoré e poi, poco dopo, Jonas Rutsch, Owain Doull, Antoine Duchesne e Olivier Le Gac, che hanno osato mettere il naso fuori, giusto per vedere Parigi con una manciata di secondi di vantaggio.

Vincere sui Campi Elisi significa laurea in ciclismo applicato

E lo sa bene pure Pogačar che all’ultimo giro ha provato l’ennesimo allungo, per giunta davanti a Ganna-Jet. Ma dove vuoi andare, Pogi? Eppure, sono bastati quegli inutili duecento metri davanti a tutti per una standing ovation planetaria. Scaltro o incosciente, sornione o matto - ma più facilmente semplicemente entusiasta, Tadej ha voluto dire così: “Ci ho provato fino all’ultimo”.

Vincere sui Campi Elisi significa laurea in ciclismo applicato e il titolo va al belga Jasper Philipsen che ha la meglio su uno sparuto gruppetto di superstiti (solo in undici a giocarsi la vittoria), tanto è stata alta la velocità sul circuito. Fine dei giochi e appuntamento alla prossima edizione (qui i vincitori di tutte le 21 tappe), con Vingegaard che taglia l’ultimo traguardo insieme ai propri compagni, fasciato da quella Maglia che ha conquistato sul Granon e che ha poi difeso per l’intera terza settimana sui Pirenei. Già, i Pirenei...

Tutte le classifiche finali, maglia per maglia

Tappa 16. Foto A.S.O Charly Lopez

Tappa 16: Carcassonne - Foix, km 178,5

La terza settimana, generalmente quella più ostica nei grandi Giri, inizia con il traguardo di Foix. Si arriva da Carcassonne, dove si era osservato il giorno di riposo, con 178,5 km piuttosto mossi (due GPM di prima nel finale). Non è una tappa da schianto, ma tutti sanno che può presentare il conto nei giorni successivi in mezzo ai Pirenei, quelle sì tappe da esplosione. Sul traguardo si presenta tutto solo il canadese Hugo Houle che aveva salutato la compagnia dei fuggitivi di giornata a una quarantina di chilometri dall’arrivo. Una tappa interlocutoria, per via delle due giornate micidiali che verranno; durante la quale Pogačar ha tentato comunque tre allunghi, tanto per far capire a Vingegaard che non avrà vita semplice. Attacchi rintuzzati con quattro pedalate da Vinge, tanto per far capire a Pogi che non teme nessuno.

Tappa 17. Foto A.S.O Charly Lopez

Tappa 17: Saint-Gaudens - Peyragudes, km 129,7

I Pirenei sono salite tortuose e strette. Le pendenze, in media, non sono estreme ma il tracciato è dannatamente aggrovigliato; così, anche le discese diventano una sofferenza. E dove c’è sofferenza, il ciclismo fa selezione. La 17sima tappa è di soli 130 km, una frazione breve che racchiude nella seconda parte quattro vette canoniche della zona (Aspin, Ancizan, Louron-Azet e l’arrivo in quota di Pey). Si parte a tutta, come accade spesso al Tour e come accade sempre al Tour di quest’anno: oltre cinquanta i chilometri percorsi nella prima ora, tra attacchi e allunghi. Pogačar perde un compagno di rilievo (Rafal Majka non prende il via), ma tira fuori dal cilindro un generosissimo Brandon McNulty, che ha dato il massimo per preparare l’offensiva del suo capitano. Ma Vingegaard tiene bene. Sulla rampa finale, arrivano solo loro due, Pogi e Vinge, con una volata (in salita) a sottolineare che, per quest’anno, non ce n’è per nessun altro. Una rivalità di quelle che infiammano i tifosi. Il popolo del ciclismo gongola.

Tappa 18. Foto A.S.O Pauline Ballet

Tappa 18: Lourdes - Hautacam, km 143,2

Tappa breve anche oggi, con arrivo in quota, ai 1.520 m di Hautacam: un traguardo iconico quasi (quasi!) come l’Alpe d’Huez. Gli occhi sono tutti su Pogačar, che ha a disposizione l’Aubisque e il Col de Spandelles, oltre all’ultima ascesa, per controribaltare il ribaltone subìto sul Granon. Insomma, è spettacolo certo. Alla partenza il Covid risparmia ogni ulteriore fatica a Chris Froome, Damiano Caruso e Imanol Erviti. Poi, fuoco alle polveri, con il duello Pogi-Vinge che fa passare in secondo piano i vari (e veri) tentativi dei fuggitivi. Sulle Spandelles, Tadej ci prova a ripetizione, con quattro rasoiate da fuori soglia. Ma Jonas non vacilla e non molla e i due si buttano insieme in discesa.

Il danese non infierisce e aspetta l’avversario, che torna sotto, ringrazia, gli stringe la mano: possiamo ricominciare a battagliare

Discesa aggrovigliata, appunto. E il brecciolino a bordo strada non aiuta: dapprima Vinge perde la posteriore su una curva e resta in piedi per miracolo (e per bravura e per fortuna); poco dopo è Pogi a drizzarne un’altra e ruzzolare per terra. Il danese non infierisce e aspetta l’avversario, che torna sotto, ringrazia, gli stringe la mano: possiamo ricominciare a battagliare. Il popolo del ciclismo ri-gongola. I social amplificano l’evento e tutti devono per forza dire la loro: a parti inverse, come sarebbe andata? Se, anziché due minuti, avesse avuto solo dieci secondi di vantaggio, si sarebbe fermato? Lo ha aspettato per convenienza, per non sporcare con un gesto antisportivo la linda Maglia Gialla che probabilmente indosserà a Parigi? O, al contrario, per assicurarsi una scusante nel caso lo sloveno fosse mai riuscito a superarlo nuovamente in classifica generale? Tra tanti blablabla, Wout van Aert, in grande spolvero per tutta la giornata (per tutte le tappe, a dire il vero), aspetta diligentemente il proprio capitano ai piedi di Hautacam e lo porta su come fosse la fune di uno skilift. Una fune che impicca definitivamente Pogačar, che alza bandiera bianca e si accontenta della Maglia Bianca. Sul traguardo di Hautacam - dove chi ha vinto è spesso arrivato da solo e ha poi vinto il Tour - giunge in beneaugurante solitudine Jonas Vingegaard.

Tappa 19. Foto A.S.O Pauline Ballet

Tappa 19: Castelnau-Magnoac - Cahors, km 188,3

Con la classifica generale praticamente delineata, ecco una tappa per le pedivelle roventi dei velocisti. Anzi no, perché ai 1.500 metri il francese Christophe Laporte saluta la compagnia, parte a cannone e si inventa un numero da finisseur puro: salta Gougeard, Wright e Stuyven e regala ai francesi una vittoria che evita loro, quasi in extremis, una edizione senza alcun successo.

Tappa 20. Foto A.S.O Charly Lopez

Tappa 20: La Capelle-Marival - Rocamadour, km 40,7

L’ultimo atto prima della grande festa di Parigi è scandito dalle lancette: 40 chilometri contro il tempo su un percorso nervosetto. Ganna-Jet rispetta il pronostico e fa bene, assestandosi in prima posizione virtuale per diverso tempo. Ma il tracciato non gli è favorevole: non ci sono i lunghi rettifili dove poter deflagrare tutta la sua potenza, ma curve e controcurve, salite e strettoie che interrompono il ritmo. Alla fine, quel folletto di Wout van Aert dice la sua anche “contre le montre”. Lui, che si sentiva lo zimbello di tutti con i tre secondi posti consecutivi delle prime tre tappe, ha messo tutti a tacere con un Tour corso a livelli alieni. È il vincitore morale della corsa: su ventun tappe, ha fatto tre vittorie, quattro piazzamenti e un terzo posto. Wout’s else?

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