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Cara vecchia, nuova bici

Paolo Boggiani è il creatore di "Bicicletta Dannata", il marchio nato per dare nuova vita a vecchi telai che tornano splendide bici pronte a fare tanti altri chilometri.

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Le "bici dannate" di Paolo Boggiani (foto Lorenzo Scarpellini).

Maneggia metalli come il dottor Victor Frankenstein maneggiava pezzi di corpo umano. Ma i mostri che nascono dalle sue mani hanno una differenza rispetto al celebre personaggio dell’orrore nato dalla penna di Mary Shelly: la bellezza. Nel suo laboratorio i cadaveri delle bici di una volta vengono spolpati e riassemblati per diventare qualcosa di nuovo, di impuro e corrotto, eppure così elegante e armonico. È la “Bicicletta Dannata”. Fatta dei telai antichi dei nostri nonni, recuperati, lavorati e trasformati per poi essere contaminati con manubri, ruote e altre parti da troppo tempo dimenticate in cantina. Si ottiene una nuova bici quasi del tutto d’epoca, perfettamente funzionante e dannatamente bella.

Il creatore di questo marchio, Paolo Boggiani, ha trovato il coraggio di dedicarsi completamente alle biciclette solo con la pandemia di Covid-19: “Ho sempre portato avanti questa passione insieme a quello che chiamavo il ‘lavoro finto’, un lavoro cioè che mi permetteva di vivere, di mangiare. Fino al lockdown”, ci spiega con quell’aria calma e filosofica di chi ha raggiunto la sua dimensione nella vita. “Quando il locale in cui lavoravo ha chiuso diversi mesi a causa della pandemia, mi sono concentrato solo sulla lavorazione delle biciclette. È stato proprio in quel periodo che ho capito di volerci provare davvero. Volevo dedicarmi al cento per cento alla bicicletta. E ad oggi sono riuscito a realizzare il mio sogno: è questo il mio ‘lavoro vero’”.


Tutto però è nato quasi per caso, anni fa, dopo aver recuperato una vecchia bici comprata a 20 euro per andare al campus e riportandola in vita. “È stupenda” hanno commentato gli amici, chiedendone subito una anche per loro. Paolo si è messo al lavoro, ne ha fatta una, poi un’altra e poi un’altra ancora, scoprendo che sporcarsi le mani di grasso gli dava una gioia particolare. Dapprima ha adattato il garage dei suoi genitori, a Cremona; poi, dopo essersi trasferito a Parma per studiare, ha trovato uno spazio più grande e adeguato in un tranquillo paesello di campagna, tra il fiume Enza e il fiume Parma. Piano piano la bicicletta gli ha letteralmente mangiato sempre più tempo delle sue giornate, che alternava tra libri, lavoro in bottega e servizio al locale alla sera.

Durante la pandemia, finalmente il grande salto. Dal quale, anche ora che il locale ha riaperto senza di lui, non ha nessuna voglia di tornare indietro. Niente più lavoro alla sera, niente più università, ora è rimasta solo la bicicletta.

Le "bici dannate" di Paolo Boggiani (foto Lorenzo Scarpellini).

Attenzione chirurgica

Per Paolo la bicicletta è qualcosa di mistico, lo si vede da come ne maneggia con cura estrema ogni componente, accarezza delicatamente le sfere luccicanti dei cuscinetti, muove gli attrezzi come fosse un chirurgo intento ad una delicata operazione per salvare il paziente.

“Lavoro su biciclette del passato proprio perché voglio riportare ad oggi un oggetto che la gente considera vecchio, sorpassato, sia esteticamente che meccanicamente. Invece dietro a questo ammasso di ferraglia c’è ancora tanto da dare. Il mio scopo è tirare fuori proprio quell’anima mai sparita”.

Funzionalità da una parte, perché la bici è anche un mezzo di trasporto che deve funzionare e deve farlo bene, ma anche romanticismo: ogni due ruote porta con sé la storia delle persone che l’hanno utilizzata. Le bici del passato avevano un valore importantissimo, spesso da loro dipendeva il lavoro: le usavano dall’arrotino al lattaio, dal barbiere al farmacista. Con le bici si spegnevano gli incendi, le usavano il medico condotto e il parroco, con le bici ci si recava in fabbrica, percorrendo anche molti chilometri all’alba e al tramonto. Con le bici si è fatta la Resistenza. Il Novecento è stato l’età eroica del ciclismo di tutti i giorni, e di questa Storia ogni pezzo di bici ne conserva una traccia.

Paolo lavora indicativamente su biciclette che vanno dagli anni Venti fino agli anni Sessanta e Settanta. “Prima difficilmente si trova qualcosa – ci spiega - e oltre agli anni Settanta la qualità costruttiva cala. Ecco perché mi concentro su questo periodo di tempo; decadi in cui la manifattura italiana era al massimo livello e realizzava le bici migliori al mondo, con materiali di qualità: questo mi permette di avere biciclette funzionali al massimo”.

Le biciclette di una volta erano fatte per durare, un po’ come i vecchi elettrodomestici: funzionavano un sacco di tempo ed erano facilmente riparabili. Così queste bici ancora con un valore estetico alto, anche meccanicamente possono andare avanti e percorrere le nostre strade. Biciclette di novant’anni, se ben mantenute e ben trattate, possono fare ancora altrettanti anni.

Questo concetto è lodevole e attuale, si parla sempre dell’importanza del recupero come stile di vita rispettoso dell’ambiente, ma non ci fidiamo pienamente di biciclette così vecchie... finché non vediamo coi nostri occhi Paolo che sfreccia in discesa tra le colline attorno alla sua officina, portando a grande velocità, in un test su strada, una delle ultime chimere nata dalle sue mani. Eh sì, una volta ultimate le “dannate” funzionano perfettamente.

Tornando agli elementi di partenza, per scovare i suoi “cadaveri”, Paolo prende il furgone e gira i mercatini dell’usato, le piccole fiere, esplora cantine e sottotetti in cerca di tesori nascosti da riportare in uso. La sua bottega è strapiena di bici raccolte nei suoi giri, accatastate in ogni angolo di spazio disponibile, forcelle di ogni tipo appese come fossero vestiti di una sfilata, pareti intere di deragliatori e pedivelle, e poi cesti di bulloni, cesti di luci, cesti di catene. Ogni pezzo è stato accuratamente individuato, valutato e ordinato per essere pronto all’occorrenza a diventare una parte principale o accessoria di qualcosa di nuovo.

La regola di base è solo una: nessuna purezza. Le marche si incrociano, i modelli si contaminano. Nascono mostri. Come una fantastica bici nera con telaio Ganna anni ‘40 e manubrio Olmo modificato, sella e ruote Bianchi. O una Bianchi Zaffiro del 1948 con serie sterzo e calotte movimento centrale originali, manubrio “Torino” marchiato Cinelli, manopolini in osso, sellino Brooks, guarnitura anonima anni ‘40, ruote con copertoni Schwalbe color crema, contropedale ad una sola velocità con pignone a 18 denti.

Le "bici dannate" di Paolo Boggiani (foto Lorenzo Scarpellini).

Nessuna fretta

“In tanti casi – dice Paolo - se voglio conservare una bici originale, rischio che un telaio venga abbandonato nell’angolo finché non trovo le componenti adatte, invece con questo esperimento di ‘maledizione’ vado a divertirmi e a riportare in strada un mezzo che non potrebbe girare se andassi ad abbracciare un restauro puro e conservativo al massimo. Il nome ‘Bicicletta dannata’ nasce proprio dal gioco di parole tra l’oggetto vecchio, e quindi d’annata, che è allo stesso tempo ricavato assemblando componenti non necessariamente dello stesso marchio, coevi negli anni ma non originali, per questo le mie bici sono un po’ maledette, dannate”.

Ma non c’è solo il recupero e la contaminazione. Le biciclette vengono sottoposte a una serie di lavorazioni intermedie, che Paolo distingue in tre categorie: c’è la bicicletta bruciata, la cromata e la conservata.

“Nella bruciata vado a scoprire, usando il fuoco, la lega con cui è fatta la bici: ne risulta un effetto ferroso, carbonico. Nella cromata il procedimento è lo stesso ma il risultato diverso, perché scopro il cromo, che si usava in alcune bici di un tempo: ne deriva una bici tagliente, luminosa”. La terza tipologia è diversa e forse ancora più romantica. “Non vado a escludere la vernice originaria perché mi sottolinea il valore del tempo, di quel qualcosa che non si dovrebbe perdere. Quindi la conservo”.
Attraverso questi procedimenti, altamente artigianali, ne risultano sempre biciclette dai colori materici, che esaltano i segni del tempo o la consistenza dei materiali. Le linee sono pulite ed essenziali, senza leve freni sul manubrio, ganasce e cavi: tutte le “dannate” sono dotate di sistema frenante alloggiato nel mozzo della ruota posteriore e la frenata avviene con un movimento contrario alla pedalata. Alla fine, la bici è una piccola opera d’arte. Ma Paolo non ama chi gli dà dell’artista.


“Il piacere del mio lavoro credo che sia tutto qua”, dice mentre si guarda le mani nere di grasso. “La manualità è il mio input creativo, il piacere di sporcarsi e di avere il contatto con una materia che può sembrare fredda e inerte; invece, il ferro suona e ha un suo profumo, mi dà sensazioni particolari al tatto. Storie, ricordi, immaginazione”.
“È un concetto personalissimo legato al materiale del passato, sporco d’altri tempi. Prendendo in mano una bici vecchia sento il sapore del tempo e le vibrazioni delle persone che hanno vissuto questo oggetto. Come posso spiegarlo? È qualcosa che mi ricorda le tribù che si mangiano il cuore del nemico. Ecco, è un po’ così, in senso buono naturalmente: io mi mangio il cuore delle biciclette”.

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