Trilogia dell'Avana - Episodio 2

Dopo avervi raccontato come ci siamo preparati al viaggio a Cuba, è arrivato il momento di entrare nel suo vivo. Il giro nell’isola caraibica parte da Santa Clara. Per alcuni giorni, prima di iniziare a pedalare, Stefano Elmi, autore del pezzo, e la sua compagna fanno i turisti nei luoghi mitici della rivoluzione che paiono essere tutti racchiusi in quella cittadina di campagna, dove alloggiano nella casa particulares (versione cubana del B&B) Casa Causilla di Miguel

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Si procede verso Playa Ancon.

Il tempo è fresco e ci sorprende. Nelle case non ci sono finestre, solo persiane. Ci aggiriamo fra condomini soviet scrostasti ed edifici del periodo coloniale spagnolo in cerca di qualcosa da mangiare da portare con noi l’indomani. Ci aspetta una tappa abbastanza impegnativa, che il nostro noleggiatore, il signor Abel di CicloCuba, a L’Avana, ci ha profondamente sconsigliato per la condizione delle strade. Inutile dire che non resistiamo. Dobbiamo affrontarla ugualmente.

La giornata inizia presto con una colazione buonissima e ricca di frutta, come sarà in ogni alloggio dove passeremo la notte. Le strade alle 7 di mattino sono già popolate di un’umanità variegata fatta di studenti che vanno a scuola, militari, gente comune in cerca di passaggi per andare al lavoro. Facciamo un caffè per qualche pesos alla finestra di casa di un’anziana signora. Usciti dalla città finiscono i gas di scarico ed iniziamo a respirare. Tutto si fa verde e la strada sale. Ai bordi gente che cerca di raggiungere il prossimo villaggio per vendere quel poco che ha raccolto nei campi.

Manicaragua è un polverone completo, ma la banda suona sotto un loggiato e sembra accoglierci in quella confusione di traffico e persone. Dopo la cittadina la strada sale ancora e le montagne, che alla mattina se ne stavano placide sullo sfondo, ora sono più vicine. Da Jibacoa, paesino di casette di legno e piantagioni di caffè, la strada sale per davvero. A tratti si fa sterrata oppure asfaltata con grandi buche. Fa freddo. Arriviamo in cima ad una salita e ci vestiamo con quel poco che abbiamo prima che un possente Kamaz, che trasporta persone e cose, ci inondi di una nuvola nera che durerà per alcuni chilometri senza farci respirare. Giungiamo a Topes de Collantes quasi a sera, dopo 75 km infreddoliti ed affamati. Fortuna vuole che la casa particolares dove alloggiamo, Hostal El Mere di Alberto, ci prepari una cena coi fiocchi. Dopo il mojito di benvenuto ovviamente.

Siamo distanti neanche una ventina di chilometri dal Mar del Caribe. Ma sembra distante anni luce da queste foreste lussureggianti e umide, dove stasera fa un freddo insolito.

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La mattina parte in discesa il che è sempre una buona cosa, se poi in fondo alla discesa si trova il Mar del Caribe con le sue spiagge bianche allora lo è ancora di più. Giungiamo a Playa Ancon, che è un uncino di sabbia bianca cristallina che se ne sta come a galleggiare dentro un acqua di un colore blu intenso. Ma la cosa più bella sta sotto. Maschera e boccaglio e ci tuffiamo in acqua dove, a pochi metri, si trova un mondo tutto colorato e vivo che ammiriamo galleggiando.

La sera ci spostiamo a Trinidad dove troviamo alloggio presso un’altra casa particulares: da Yoandy y Rafe. Dopo cena andiamo alla casa della musica, ce n’è sempre una in ogni cittadina, dove si suona dal vivo e si balla. Che poi qui la musica è dappertutto. Anche nel posto più remoto dove tu possa trovarti c’è sempre almeno una persona che suona o canta in maniera eccellente.

Ogni pomeriggio abbiamo un appuntamento fisso con il blackout. Lo capiamo ben presto quando, il secondo giorno, a Trinidad, andiamo all’Hostal La Esquina della signora Cary che ce lo spiega. “Ogni giorno verso le 14 la corrente elettrica se ne va da tutta la città (non solo a Trinidad)” ci dice “e ritorna quando il sole è già tramontato”. La crisi economica già crescente nel periodo pre-covid è diventata ancora più intensa oggi.

Un pomeriggio seguiamo un corso di salsa. Credo che l’insegnante abbia seriamente pensato a come chiudere la scuola dopo il mio passaggio. Era proprio dispiaciuto, si vedeva e non riusciva a farmi ammorbidire le mie anche di faggio made in Appennino. Allora mi ha passato alla sua collega, nella speranza di uno slancio, ma niente da fare. Nonostante tutto, dopo circa un’ora e mezzo di lezione, io e Martina ci siamo esibiti in un ballo con tutti i passi che avevamo studiato. Incredibilmente ci siamo riusciti e la chiusura della scuola forse è stata prorogata al prossimo legnoso cliente. Per maggiori informazioni Barrio cubano.

La Boca è un paese di pescatori, ma apparentemente senza pescatori. Potrebbe esserlo, però siamo a Cuba e di barche sull’acqua ce ne sono pochissime. Giusto qualche guscio di legno buono per arrivare massimo a 200 metri dalla riva, prendere due pesciolini e portarli ai due ristoranti che lavorano coi turisti. A La Boca ci si arriva per una strada, l’unica, sgangherata e piena di buche. All’ingresso del centro abitato si costeggia un fiumiciattolo che sfocia in una grande spiaggia alle spalle di un piccolo albergo. Nessuno in giro.

La costa è bellissima ed incontaminata. La signora Idel che ci ospita nella sua casa particulares Idel y Domingo porta con sé l’ospitalità delle nonne. Insieme a suo marito gestisce questo B&B con un giardino dai mille fiori colorati e le palme che fanno l’ombra necessaria a queste latitudini. Sul patio sotto il porticato una coppia di sedie a dondolo per ammirare il mare. L’aria è calda e la notte è calma. Di inquinamento luminoso qui non se parla minimamente ed il cielo è una tavolozza blu puntellata di stelle luminose, mentre la luna non si fa vedere. Qui le finestre non esistono, ci sono delle persiane che hanno solo due posizioni: aperte o chiuse. In estate non si respira dice Idel mentre ci serve la colazione, invece ora che è inverno è come una nostra estate senza troppa umidità. Un paradiso per pedalare.

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