E-bike: un'amica dell'ambiente?

La diffusione delle bici a pedalata assistita porterebbe numerosi benefici, il miglioramento della qualità dell’aria, la mitigazione dei cambiamenti climatici, la riduzione del traffico e delle spese sanitarie. Rimane però il problema dello smaltimento delle batterie

Nelle grandi città europee si stanno diffondendo le bici "cargo", munite di "cassetta" portatutto. In foto il modello Packster della Riese & Muller.

Gli esperti di mobilità individuano nella bici a pedalata assistita i mezzo del futuro per spostarsi nelle aree urbane. Le ragioni sono molte. In città sempre più grandi e trafficate le due ruote hanno il pregio di “saltare” le code, di accorciare l’itinerario “tagliando” per parchi o ZTL e di essere esenti dall’annoso problema del parcheggio. In altri termini, sono la modalità più veloce per spostarsi in città grazie alla spinta elettrica che le rende più rapide dei cicli tradizionali e le equipara ai cinquantini che, però, sono soggetti a numerosi divieti e hanno costi di gestione più alti.

Nei Paesi nordici è molto più diffuso l'uso delle bici pieghevoli, anche sui mezzi.

Un mezzo democratico

A favore delle bici a batterie c’è il suo essere “democratica”, ossia di facile accessibilità: è semplice da guidare e, con il supporto elettrico, si amplia la platea dei potenziali utenti. La pedalata “leggera” la rende idonea a chi desidera raggiungere l’ufficio senza sudare, a chi abita in città collinari o per fare la spesa. Si adattano pure a coloro che vivono la bici per piacere, come cicloturisti, appassionati dell’off-road e dei passi alpini, ma non hanno il tempo per allenarsi. Nei paesi del Nord Europa, dove le e-bike sono più usate, si stanno addirittura diffondendo le Cycle Highways, autostrade per le biciclette. Si tratta di ciclabili con sede allargata e con priorità agli incroci per consentire un’elevata velocità di crociera e favorire gli spostamenti medio-lunghi.

Nei Paesi del Nord Europa, dove la cultura delle due ruote a pedali è più avanzata, si cominciano a costruire le "Autostrade delle bici".

Un triste primato

Le e-bike richiedono poca energia per essere ricaricate e sono prive di emissioni allo scarico, pregi preziosi in un Paese dove, secondo il Rapporto Mal’Aria di Legambiente, ci sono 55 capoluoghi con concentrazioni di polveri sottili od ozono fuori legge secondo i parametri. Le conseguenze sono di rilievo. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente (EEA) lo smog causa oltre 500.000 decessi prematuri all’anno in Europa con l’Italia primatista continentale con 84.300 morti premature per le elevate concentrazioni di PM 2,5 (60.600), biossidi di azoto (20.500) e ozono troposferico (3.200) generato da più fonti, trasporto su strada incluso. Meno “pesante” è la responsabilità del settore (circa il 18%) sulle emissioni di gas serra responsabili dei cambiamenti climatici, ma le conseguenze sono ancora più gravi e richiedono una drastica riduzione delle emissioni di CO2 in tutti i comparti. Il rischio è di superare un innalzamento della temperatura globale di 2° C ritenuto dagli scienziati del clima il punto di non ritorno. Ma anche rimanendo entro i limiti imposti dagli studiosi, gli effetti del surriscaldamento del Pianeta sono devastanti: riduzione dei raccolti e della biodiversità marina, inondazioni e lunghi periodi di siccità, aumento del numero e della forza dei cicloni e altri eventi estremi che costringeranno, si stima, più di 200 milioni di persone a migrare. In confronto, l’eruzione del vulcano Tambora è una favola a lieto fine.

Alla ricerca di una filiera eco

Il punto debole per l’impatto sull’ambiente delle e-bike sono le batterie, problema condiviso con i dispositivi elettronici e le auto elettriche che hanno accumulatori 80 volte più capienti delle bici. Una criticità che riguarda l’intera filiera, dalla produzione fino alla smaltimento delle celle esaurite.

Sul primo fronte la difficoltà è legata soprattutto all’estrazione di litio, cobalto e altre materie prime necessarie per realizzare i “pacchi”. L’industria mineraria, infatti, ha un notevole impatto sull’ambiente provocando l’erosione dei suoli, deforestazione e riduzione della biodiversità. Non solo: ha un alto consumo di energia e di emissioni di gas serra e inquina aria, terre e risorse idriche con ripercussioni sull'approvvigionamento di cibo e acqua delle popolazioni locali. Un contributo per migliorare la situazione potrebbe arrivare dalla tecnologia con lo sviluppo di batterie con maggiori capacità di accumulo per indurre una minore richiesta produttiva. Modelli, per altro, concepiti per utilizzare una quantità di materie prime inferiore e a minore impatto ambientale. Le ricerche in tale direzione sono molte, alcune anche in stato avanzato di studio. Rimane, però, ancora incerta la possibile produzione in serie e la data dell’eventuale commercializzazione delle future batterie.

La lepidolite, un minerale che contiene il litio, elemento chimico alla base della produzione delle batterie delle e-bike.

Soluzioni per il fine vita

Rischi di contaminazione della natura si hanno pure a fine vita. Per evitare l’inquinamento dovuto alla dispersione degli elementi chimici contenuti nei “pacchi” la normativa in vigore impone di portare le batterie dismesse presso un rivenditore autorizzato o all’isola ecologica comunale, che le ritirano a titolo gratuito e le indirizzano nei centri autorizzati per il trattamento. L’obbligo è di riciclare almeno il 50% del peso, che oggi significa il recupero del “case”, dei cavi, del cobalto e di alcune terre rare.

Più rosee sono le prospettive per il futuro non troppo lontano. I progetti per dare degna fine vita agli accumulatori sono molti, come i due in corso promossi dal Cobat e CNR con il contributo di altri attori come il Politecnico di Milano. Il primo segue la filosofia della “second life”, ossia di dare una seconda vita agli accumulatori prima dell’effettiva dismissione. L’idea è di utilizzare le batterie non più utili alla trazione (quando la capacità di carica va sotto un certa soglia non sono più adatte per la mobilità) per stoccare l’energia in eccesso prodotta da fonti rinnovabili, come fotovoltaico ed eolico. I vantaggi sono di stivare “corrente” altrimenti dispersa e prolungare la vita degli accumulatori evitandone la produzioni di altri. La seconda strategia è di ottimizzare la fase di riciclaggio per arrivare a recuperare oltre il 90% del peso, compresi gli elementi più preziosi come il litio. Materiale, come altri elementi chimici, da destinare alla produzione di nuove batterie riducendo, di fatto, il ricorso all’estrazione. Una filiera attesa entro il 2021 che, sostengono i responsabili del progetto, sarebbe economica e molto sostenibile come impatto ambientale. Ad ogni modo, il 70% degli studi sul riciclo, ad oggi, è portato avanti da Cina e Corea del Sud, dove tutti i materiali attivi sono riciclati con elevate efficienze, arrivando ad un recupero totale superiore al 90%. Questi due paesi hanno anche il primato nella produzione di celle di batterie.

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