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Il Muro di Sormano e il delirio dei rapporti - Puntata Uno

Ѐ una salita atroce, non ci sono dubbi. Ma che i primi che ci hanno gareggiato facessero più fatica di quella necessaria, è altrettanto vero. Puntata Uno: quando i rapporti erano troppo lunghi

Che la ragazza fosse "pannolata", ormai lo avevano capito tutti. Montò sulla sua bicicletta economica, non agganciò alcun pedale automatico e andò a farsi il Muro di Sormano, il Bestiale, senza alcun problema. Come avevamo potuto ridurci così? Come canta Frankie Hi Energy, ”Perché la bicicletta non importa dove porti, è tutto un equilibrio di periodi e di rapporti, è tutta una questione di catene e di corone”.

Già, i rapporti. Sta tutto lì. Qui però vediamo una guarnitura Campagnolo da quasi mille euro, mentre l'oggetto di questo articolo, come vedrete, è ben più proletario.

Prima di raccontarvi la nostra esperienza moderna sul Muro di Sormano (e se non sapete cosa significhi pannolata aspettate la terza puntata), la prenderei alla larga, risalendo ai lontani tempi in cui le biciclette avevano i rapporti troppo lunghi.Ci sono i rapporti amorosi (tipo due fidanzati che vanno insieme in bicicletta), ci sono quelli intesi come resoconti ma qui stiamo parlando dei matematici, ovvero le frazioni: un numero diviso per un altro. Per capire quanto una trasmissione sia adatta o meno a una salita, bisogna dividere il numero dei denti dell’ingranaggio anteriore (la corona) per quello dei denti del posteriore (pignone). Più alto sarà il numero, più veloci andremo in discesa; al contrario, più basso sarà e meno fatica faremo in salita. La cosa strana è il gergo usato dai ciclisti: la frase “Ho fatto quella salita col 39x22” significa che avevo davanti la corona da 39 denti e dietro il pignone da 22 denti, ma è buffo quel “per” tra i due numeri, quando poi, per calcolare il rapporto, si usa il “diviso”. Il tutto va anche interfacciato al diametro delle ruote: più sono piccole e più la pedalata, a parità di rapporto di trasmissione, si fa agile.

Questo spiega come mai si riescano a fare discrete salite con le grazielle, che sono monomarcia ed hanno la corona decisamente più grande del pignone.

Ma in questo articolo stiamo parlando di bici da strada, gravel e mountain-bike. Poiché ai ciclisti piace fare tutto (salite, discese, pianure), hanno bisogno di più rapporti, quindi andava escogitato un sistema. Il più semplice: una ruota posteriore con due pignoni, di misure diverse, uno per ciascun lato del mozzo. Quando arriva la salita smonti la ruota posteriore, la rimetti al contrario e riparti. Capite bene quanto sia stata apprezzata l’invenzione dei deragliatori, che permettono di spostare la catena su ingranaggi appaiati di dimensioni diverse, il tutto mentre stai pedalando.

Negli anni Sessanta e Settanta, le biciclette da corsa avevano la combinazione tra due corone anteriori e cinque pignoni posteriori.

Quando andavo alle scuole elementari, negli anni Settanta, desideravo la Bianchi celeste, cioè la bici da corsa di Felice Gimondi. 

All’epoca credevo che Bianchi facesse un solo modello di bici, destinato a tutti, dai principianti ai professionisti. Per il compleanno dei 13 anni coronai il sogno: mi arrivò in regalo proprio lei, la Bianchi celeste. Ricordo ancora l’emozione che provai quando montai in sella e strinsi con le mani la piega ricurva, sentendo il ruvido del nastro telato sotto ai palmi. Mi piaceva anche la sensazione di estrema rigidità del tutto, tale per cui sentivo ogni sassolino sotto alle ruote.

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Decisi di andarci subito ai giardinetti sotto casa, a Milano, dove si trovava una piccola pista per biciclette, per castigare tutti i ragazzini con le Saltafoss. La pista è questa, fotografata nel 2018: come vedete, manca di asperità significative.

Quando ci arrivai ebbi la sfiga di imbattermi in un’energumena che era uscita di casa con l’intenzione di fare del male al primo che le fosse capitato a tiro e il Fato volle che fossi io. Mi fece scendere, disse “Fammi vedere che bici hai” e io le risposi “È quella di Gimondi”. Ma lei si mise a ridere. Sollevò la bici da terra, disse che era un cancellaccio, che suo nipote vinceva le gare con una Bianchi, ma era tutt’altro genere di bicicletta. Tornai a casa devastato.

Adesso so che io possedevo una Bianchi Rekord 28 Europa, che era un modello base e che dichiarava un peso di ben 14,4 kg. La donnaccia non aveva tutti i torti, ma non si massacra così un povero tredicenne che crede ancora a Babbo Natale, no? 

Montava il gruppo Campagnolo Valentino. Ma in gamma si saliva sempre più su, fino alla Bianchi Specialissima Superleggera, con gruppo Campagnolo Super Record e peso di 9,4 kg. Apparentemente le biciclette sembravano uguali, ma la mia pesava il 50% più della top di gamma. Ciò che però appare strano (ed è il tema di questo articolo) è che la versione economica aveva gli stessi rapporti di trasmissione della sorella corsaiola. Davanti l’accoppiata classica di quei tempi, cioè la 52-42 e dietro cinque pignoni tra il 14 e il 22. L’altra di pignoni ne aveva sei, ma sempre da 14 a 22. Quindi entrambe avevano un rapporto di salita pari a 42:22=1,91. Che senso aveva ciò? La bici più pesante, quella destinata ai principianti, in salita richiedeva gambe più robuste… Non era un controsenso?

Gimondi era messo ancora peggio

Come comprensibile, i professionisti spingevano rapporti più lunghi, rispetto alle bici di serie. C’è un famoso aneddoto che riguarda proprio Felice Gimondi. Quando aveva 23 anni era un gregario di belle speranze e venne mandato al Tour de France del 1965, per fare esperienza. Doveva fare metà gara senza impegno e poi ritirarsi dopo il giorno di riposo. Ma, fin da subito, si rese conto che aveva più birra degli altri, per cui entro poche tappe si ritrovò in maglia gialla. Per fare quella gara aveva una Bianchi dotata dell’accoppiata 52-42 davanti e di cinque pignoni da 14 a 19 denti, quindi lui le salite del Tour se le faceva con un rapporto di 2,21.

Durante la cronoscalata del Mont Revard, però, venne a sapere che Poulidor aveva raggiunto un vantaggio di 13” e decise di passare dal pignone da 19 a quello da 18. 

Ma lì sopra la catena saltava, per cui passò al 17 e, con quello, rimontò 39” al francese, vincendo la tappa… e il Tour. Ora, la salita del Revard da Aix les Bains è tosta per il dislivello (1.250 m) ma non per la pendenza (è costantemente sul 7%, con una punta oltre l’8), ma lui se la fece con un rapporto di 2,47. È evidente, in quel periodo la tendenza era quella di usare rapporti molto più lunghi rispetto ad oggi.

Eppure, cinque anni prima...

Tuttavia, cinque anni prima di quell’impresa c’era stata una gara che aveva gettato i concorrenti nello sconcerto, per via delle pendenze di una salita, per la quale il 42x19 non andava bene. Ai tempi i mostri sacri del Giro d’Italia, ovvero le famose rampe ripidissime del Mortirolo, dello Zoncolan e del San Pellegrino in Alpe, erano delle mulattiere praticabili soltanto dai muli, dalle Land Rover e dalle moto da regolarità. Le mountain-bike non esistevano. Ma Vincenzo Torriani, direttore del Giro d’Italia e di altre corse, in occasione del tracciamento del percorso del Giro di Lombardia del 1960 ricevette una dritta dal sindaco di Sormano, Angelo Testori, che gli mostrò la strada che collegava Erba a Bellagio (CO) attraversando il Triangolo Lariano.

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La salita vista con Google Earth. Per arrivare alla Colma di Sormano (1.124 m), l’ultimo tratto di strada era lungo 1,8 km, aveva un dislivello di 290 m e vantava una pendenza media del 16,3%. Si parlava di una punta del 27%.

Non s’era mai vista una strada simile e Torriani capì che metterla nel Lombardia avrebbe reso questa gara immortale. Di fronte ai dati dichiarati, i ciclisti andarono in panico. Il grande Gino Bartali sentenziò che per salire lassù era necessario almeno un pignone da 26 denti, per un rapporto di 42:26=1,61. Ma i deragliatori dell’epoca non permettevano di andare oltre il 24, per un rapporto di 1,75. Quando una salita è ripida viene chiamata muro e nelle classiche monumento delle Fiandre sono famosi i muri di pavé; ma adesso anche l’Italia aveva il suo, il Muro di Sormano.

Ma nel 1960 c'era anche il Gavia!

Quel 1960 fu un anno storico perché, pochi mesi prima, Torriani aveva scovato un’altra salita micidiale, quella del Passo Gavia (2.621 m), ancora sterrata e l’aveva inserita nel percorso del Giro d’Italia.

Il più veloce a scalare il passo fu il 23enne Imerio Massignan, che transitò in vetta con 2’ di vantaggio su Gaul.

Non riuscì a godersi quei due minuti, perché in discesa forò per ben due volte. Il francese lo superò, ma Imerio riuscì a riparare i danni e raggiunse Gaul nel finale, compiendo un’impresa storica. Eppure non vinse la tappa: alle porte di Bormio forò per la terza volta.

Al Giro di Lombardia, la scalata del Muro di Sormano si rivelò un macello. Il più veloce fu ancora lui, Imerio Massignan, che impiegò 11 minuti e fu uno dei pochissimi a non mettere mai il piede per terra.

Lo stile di salita di Imerio la dice tutta su che rapporti usassero all'epoca: in piedi sui pedali, caricatissimo sul manubrio, a rischio esplosione delle pedivelle.

Tutti i concorrenti fecero una fatica boia e parecchi dovettero scendere per spingere a piedi. Il fiammingo Rik Van Looy si presentò con la maglia iridata del Campione del Mondo in carica e si fece metà salita correndo, con la bici in spalla, come nel ciclocross.

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Il problema è che il pubblico si era piazzato su quelle rampe in gran numero e si mise a spingere più o meno tutti, ma con precise preferenze. Questa cosa, ovviamente, falsava i risultati. 

Massignan transitò primo in vetta, ma il traguardo finale era lontanissimo: la gara partiva da Milano e lì ritornava. Il Muro fece una selezione provvisoria, ma poi Imerio venne ripreso da altri sette corridori e arrivò ottavo. A vincere fu il belga Emile Daems.

Nel 1961, Torriani decise di rendere la gara più dura e di dare più importanza al Muro di Sormano. Fece in modo che i ciclisti raggiungessero questa salita infame dopo averne fatte altre due: il “solito” Ghisallo e il Super Ghisallo, una sterrata inserita per l’occasione, che passava per Piano Rancio. Poi, fatto il Muro, il traguardo finale era poco sotto, a Como. Imerio Massignan partì quindi con l’intenzione di vincere la gara e transitò di nuovo primo in vetta, con il tempo di 11’20”, ma entrò in Como con Vito Taccone alla ruota, che lo fregò vigliaccamente nella volata finale dopo essersi fatto tirare, con la scusa che aveva i crampi.

Vito si era piazzato alla ruota di Imerio già sul Muro.

Inoltre Massignan non ebbe neanche la soddisfazione di vantare il migliore tempo sul Muro, perché Arnaldo Pambianco, fresco vincitore del Giro d’Italia, ci mise due secondi meno di lui. Era però arrivato alla base della salita più indietro, per cui non riuscì a raggiungerlo (nota triste: Pambianco s’è suicidato nel 2022, non riuscendo a resistere alla morte della moglie).

Arnaldo con la moglie Fabiola.

All’edizione del 1961 partecipò anche Ercole Baldini, che è l’unico ciclista della Storia ad avere mai vinto almeno un grande Giro, un Campionato del Mondo e le Olimpiadi. 

Ma il Muro di Sormano lo faceva vomitare. La sua idea: “Non mi posso rendere conto del motivo per cui Torriani abbia voluto scegliere una novità di tale genere. Capisco che il Ghisallo non dava più le garanzie di selezione, ma francamente si è esagerato nel senso opposto. Questa salita è semplicemente bestiale, impossibile da percorrere”.

Eppure nel 1962 è stato proprio Baldini a stracciare il record sulla salita, con 9’24”, staccando Massignan (questa volta Enrico, fratello di Imerio) e Taccone di 18” e 19”. Pare che usasse un 44x29 (rapporto 1,51), mentre altri avevano il 42x27 (1,55), quindi stiamo parlando di trasmissioni fatte su misura, con gabbie dei deragliatori particolari. Di questo primato però non è andato orgoglioso, perché aveva ricevuto vigorose spinte da parte del pubblico. Proprio per questo motivo Torriani si rese conto che questa salita, per quanto mitologica, non aveva senso di esistere, perché gli spettatori ne falsavano i risultati finali. E così venne eliminata dalla gara.

Vincitore di quel Lombardia è stato l’olandese Jo de Roo che, saputo che il Muro sarebbe stato eliminato, commentò così: “Il Giro di Lombardia è una corsa fantastica che io ritengo unica al Mondo e il Muro di Sormano ne è il suo distintivo inconfondibile. Non esiste salita eguale sulle carte altimetriche del ciclismo di ogni Paese e di ogni tempo. In un finale di corsa è una palestra, atta a provare in misura estrema il valore fisico e spirituale di un atleta". Frasi notevoli, in quanto dette da un olandese: sul Muro, il pubblico spingeva soprattutto gli italiani. Ma molti tra i suoi colleghi erano contenti che Torriani avesse deciso di farla finita, perché non solo odiavano quella rampa, ma trovavano disumano metterla alla fine, quando nelle gambe c’erano già una duecentina di chilometri. Così, nel 1963 il Muro venne eliminato e, al suo posto, venne inserita la salita della Val Mara, tra Lago di Lugano (Svizzera) e Valle Intelvi (CO) che è tosta, molto tosta, ma mai ai livelli da delirio del Muro di Sormano.

Passiamo al '79

Torno al me del 1979, che ho questa Bianchi Rekord Europa con il 42x22 come rapporto più corto. Sono giovane, vado alle scuole medie, Milano è piatta, è evidente che non è un periodo di grandi salite. Ma la nonna vive a Pesaro e, d’estate, passo lunghi periodi in quella città. Nell’entroterra ci sono le colline e la salita più lunga, tra quelle dietro casa, è la strada per Fontecorniale, che arriva a quota 470 m. Con il 42x22 e un fisico poco allenato è normale salire con una frequenza bassissima di pedalata, sputando sangue, a passo d’uomo, in piedi sui pedali, facendo tante soste, ma con la tranquillità di ritenere che sia giusto così, dato che i rapporti disponibili sono quelli.

La sfida, con fratello e cugino, è fare tutta in sella la salita che, dal mare, sale dentro il villaggio di Fiorenzuola di Focara: 16 tornanti incastrati in appena un chilometro al 15%, con un pezzo di 140 metri al 22%. Eccola qua, vista con Google Earth.

Perdiamo tutti. Stiamo in piedi sulle pedivelle, sentiamo che stanno per spezzarsi, ma scoppiamo. Il rapporto di 1,91, per noi pischelli poco allenati, non va bene. Del resto, se i professionisti vanno a piedi sul Muro di Sormano con il 42x27, chi siamo noi per fare certe pendenze con il 22 dietro?

(fine prima puntata)

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