La promessa mantenuta da "Jamba": portare la Mongolia tra i pro

Abbiamo fatto una lunga chiacchierata con il campione in carica di corsa in linea dello stato asiastico, Jambaljamts Sainbayar, durante la quale ci ha raccontato come è arrivato a vestire la maglia della Burgos-BH e quindi ad entrare a pieno diritto nel circuito del ciclismo professionistico

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Jambaljamts Sainbayar sul podio del Tour of Langkawi (2022), una delle corse asiatiche più prestigiose da lui conclusa vestendo la maglia bianca del miglior corridore asiatico

Mantenere una promessa non è mai qualcosa di semplice. Non lo è per la natura stessa della promessa che, a prescindere dalla sua tipologia, è vincolante e impegnativa, non ammette deroghe né sgarri pena la sua violazione e una burrascosa immersione nel vortice dei rimorsi di coscienza. A volte c’è chi questo fardello, alla lunga, non riesce a sostenerlo e per non averci più niente a che fare se ne libera, altre (per fortuna) c’è chi, con spalle abbastanza larghe per tollerare questo carico, aderisce integralmente all’accordo stipulato e lo rispetta fino in fondo.

Tale fermezza, imprescindibile per la buona riuscita di questo non semplice intento, non è certamente mancata a Jambaljamts Sainbayar che, dieci anni dopo quello che aveva avuto l’ardire di dichiarare pubblicamente a un giornale locale, la sua promessa l’ha mantenuta diventando “il primo ciclista professionista su strada della Mongolia”. Ai tempi, come lui stesso aveva ammesso, questa uscita poteva forse avere più le sembianze del sogno dai tratti quasi folli che di una vera promessa. Ascoltando però la sua storia e sentendone oggi il tono della voce dopo la firma del nuovo contratto con la Burgos-BH (squadra che nel 2024 lo porterà per la prima volta a difendere i colori di una formazione ProTeam nonché a misurarsi in contesti e a un livello mai incontrati prima), è lecito pensare che dentro di sé, già allora, il classe 1996 di Ulaanbaatar ritenesse il professionismo non un’ambiziosa e lontana meta da provare a raggiungere in qualche modo ma un obiettivo concreto, da perseguire fermamente investendovi convinzione e risorse, sia atletiche che economiche. Non, pertanto, un proposito di circostanza, uno di quelli che talvolta viene tirato fuori dai giovani perché la loro età li obbliga quasi a farlo, ma un vero traguardo, da raggiungere a tutti i costi perché ce lo si è imposto, tatuato in testa, promesso appunto.

Jambaljamts Sainbayar con la maglia gialla di leader durante la terza tappa del Tour of Huangshan 2023 da lui concluso al 2° posto della generale

Gli esordi difficili

Il cammino di Jambaljamts verso questo traguardo, provenendo da un paese senza una grande tradizione ciclistica, non è stato dei più agevoli e, contrariamente a quanto potrebbero far indurre i primi colpi di pedale dati a 3 anni nelle vie della sua città natale, non ha visto la bicicletta occupare fin da subito le sue giornate. Fino ai 15 anni, infatti, prima delle due ruote, nella vita sportiva di Sainbayar vi è stato anche, se non soprattutto, il calcio, disciplina che forse avrebbe continuato a praticare se un suo amico d’infanzia, muovendosi sempre in bicicletta, non avesse prima acceso una scintilla e poi fatto definitivamente divampare il fuoco per le due ruote. Subito, sin dalle prime gare preparate con l’aiuto di un allenatore uscito da una scuola sportiva di Mosca, “Jamba” si rende conto di avere una predisposizione piuttosto buona a quella fatica richiesta tanto in gara (dove conclude al 2° posto le due prime corse a cui partecipa) quanto in allenamento dove, anche fronteggiando condizioni atmosferiche e ambientali tutt’altro che facili, non si risparmia assolutamente.

Nei miei anni da junior giravo all'aperto tutti i giorni - confessa Jambayar - Non sentivo molto il freddo ai tempi, indossavo 2-3 giacche, 2-3 pantaloni e prendevo la mia mountain bike, tutti i giorni, sia dopo la scuola sia al mattino per raggiungerla. Partivo da casa alle 7 perché iniziavo alle 8: faceva davvero molto buio, non era molto confortevole ma ero in sella alla mia bici e a me andava bene così”.

Il vento, il freddo e l’oscurità di casa però, negli anni, non sono stati gli unici ostacoli che Jambaljamts, scegliendo di sposare la bicicletta e inseguendo la via del professionismo, si è trovato ad affrontare. Come lui stesso ammette, la sua istruzione ha risentito dei sacrifici richiesti dalla vita da ciclista: “Dopo l’high school ho iniziato l’università nel 2014 e mi sono laureato nel 2021, sette anni dopo: normalmente le persone ne impiegano 4”.

La salita è uno dei terreni preferiti di Jambaljamts Sainbayar ma questo non vuol dire che non faccia fatica, come dimostra l'espressione del suo viso al termine della tappa regina del Tour of Langkawi 2023

Arrivano i primi risultati

Un’esistenza la sua fatta di allenamenti, gare e trasferimenti che non ha agevolato nemmeno le sue relazioni interpersonali: “La maggior parte dei miei amici appartiene al mondo del ciclismo. E sono ancora single. Tutto questo perché gareggio spesso lontano dal mio Paese. A gennaio il training camp mi impegna per 1-2 mesi, quindi torno una settimana, poi riparto e così via, ancora e ancora. L'unico momento libero che ho è adesso, l’autunno...ma sono felice di fare questa vita perché è quella che volevo fare. Non ho alcun rimpianto”.

E men che meno Jambaljamts deve averne adesso quando, ormai, è prossimo ad affacciarsi al professionismo e a concretizzare la chance di incrociare la ruota del corridore che più lo esalta oggi, Julian Alaphilippe (“è esuberante, divertente: è lui quello che seguo ora. Prima avevo come riferimento Richie Porte e Alberto Contador”), e degli altri che ha avuto modo di osservare da vicino nelle sue tre partecipazioni ai Mondiali su strada Elite: quest’anno in Scozia, l’anno scorso in Australia e, nel 2021, in Belgio, a Leuven, dove ha sfruttato al meglio la vetrina per mettersi in mostra e incamerare la prima importante esperienza a livello internazionale: “Sapevo come si sarebbe svolta la gara perché al via c’erano tanti grandi nomi e nazioni molto importanti ed ero consapevole di cosa potevo fare: in quanto unico corridore del mio Paese, sarei dovuto andare in fuga e farmi vedere in TV e ce l’ho fatta, sono riuscito a fare ciò che era nelle mie possibilità”.

Questo tipo di esperienze e di confronti, utili per capire realisticamente quale fosse il suo livello e dove dovesse ancora lavorare, non solo hanno rappresentato la giusta ricompensa per i risultati ottenuti da Sainbayar stagione dopo stagione (campione nazionale in linea 2023, tappe al Tour of Iran e al Tour of Huangshang sempre nel 2023, tappa al Fuzhou Tour 2019, generale del Tour of Thailand 2021, bronzo continentale in linea l’anno scorso agli Asian Games e quest’anno invece a cronometro) ma, inevitabilmente, hanno finito anche per ravvivare costantemente il suo braciere dei desideri. Al suo interno una fiamma, calda, luminosa e tenuta in vita con generosi tozzi di impeto e convinzione ha così continuato ad ardere fornendogli sempre, come un faro nella notte, quell’essenziale ispirazione per superare i momenti più complicati e non perdere il necessario entusiasmo.

Jambaljamts Sainbayar a braccia alzate sul traguardo della Kahramanmaras Grand Prix Road Race (2021), corsa turca di un giorno vinta da lui allo sprint regolando un ristretto gruppo di atleti.

Lo stop forzato a causa della pandemia

Momenti come, ad esempio, la stagione 2020 quando l’avvento della pandemia ha messo a dura prova la tenuta mentale di Jambaljamts obbligandolo lungamente a stringere i denti:

A fine 2019, sono riuscito a vincere una tappa del Tour du Fuzhou 2.1. Quindi, [...] sono tornato a casa e a dicembre sono partito per un ritiro auto-organizzato in Thailandia. Quando ero lì, il Covid ha iniziato a diffondersi in Cina e trasmettersi poi negli altri Paesi asiatici. In quel momento mi sono detto: devo davvero tornare a casa o sono venuto fino qui per allenarmi e migliorarmi per la prossima stagione? A quel punto ho deciso di andare in Bielorussia perché durante la stagione avevo corso proprio per una squadra bielorussa e perché nel frattempo avevo ricevuto un invito per correre da loro una gara a Mosca verso aprile. Quando sono arrivato sul posto, la gara era stata cancellata per la pandemia e, dopo pochi giorni, hanno chiuso le frontiere. Non c'era scelta, non potevo fare nulla: ero bloccato in Bielorussia. Non potevo andare in Russia né in altri Paesi perché non c'erano voli. Era la fine di marzo. Non sono potuto tornare a casa per 7 mesi. Quello è stato un periodo davvero complicato. Non essendo pagato dalla squadra, ho dovuto usare i miei risparmi. Ho vissuto a casa del mio direttore sportivo in Bielorussia che mi ha ospitato nel suo appartamento condividendo la sua stanza con me: abbiamo vissuto così, come grandi amici, per 7 mesi. [...] Attorno a maggio o giugno ho ricominciato ad allenarmi e ho iniziato a partecipare ad alcune gare locali con una squadra di Minsk. A novembre sono riuscito a prendere finalmente un volo charter per tornare a casa. Quando sono arrivato in Mongolia, ho dovuto fare 21 giorni di quarantena in albergo, poi sono potuto tornare a casa dalla mia famiglia. La settimana successiva ho preso parte al campionato nazionale aiutando i miei compagni di squadra locali, ma in quel momento ero a un livello molto basso. Quello è stato il momento peggiore della mia carriera e lo è stato per la maggior parte dei corridori”.

Jambaljamts Sainbayar in una delle fasi calde del Tour of Thailand 2021, da lui poi vinto

Le persone che hanno creduto in "Jamba"

Passato questo difficile frangente e riagganciati seriamente i pedali in gara grazie alla lungimiranza di Danny Feng (direttore sportivo del Terengganu Team che nel 2021 e per le due stagioni successive ne ha fatto uno dei suoi più brillanti portacolori), Jambaljamts ha potuto riprendere da dove aveva lasciato tornando a mettersi in mostra e a lottare per tramutare in realtà il suo ambizioso intendimento. Nonostante la buona volontà e il supporto fornito da risultati tutt’altro che anonimi però, Sainbayar ancora una volta si è dovuto adoperare per venir fuori da un altro momento critico e tentarle tutte per accendere interesse attorno alla propria persona.

L'anno scorso ho continuato a fare dei bei punti e dei buoni risultati in Asia, allora ho scritto a tutti i team professionistici. Mi hanno risposto chiedendomi alcuni dati e quale fosse il mio obiettivo. Ho risposto 'correre da professionista'. A gennaio, Damien Garcia mi ha chiamato e mi ha detto che erano interessati a me e che mi avrebbero tenuto d’occhio quest'anno. In quel periodo ho firmato un accordo anche con un’agenzia spagnola, la Gorama Cycling, la quale ha cercato in tutti i modi di presentarmi alle grandi squadre. Nonostante questo, anche successivamente è stato complicato intercettare l’interesse delle squadre pro’ tanto è vero che, alla fine di agosto, io non avevo ancora un contratto e settembre uguale. Certo, avevo sempre l’accordo per continuare con Terengganu Team, ma io volevo davvero cercare di diventare professionista. A quel punto Jeremy Hunt (il coach inglese, nonché ex corridore del Team Sky, che mi ha allenato negli ultimi due anni e aiutato a mettermi in contatto con le grandi squadre) ha parlato ottimamente di me alla Burgos, come ha fatto anche il mio agente spagnolo, e ho avuto finalmente un contratto da firmare. Devo ringraziare davvero Damien Garcia: lui conosce le gare asiatiche e le squadre asiatiche e questo è stato di grande aiuto”.

Perseverando e non avendo dunque timore di bussare a tutte le porte, Jambaljamts è così riuscito a strappare il tanto agognato contratto da pro’ entrando nella storia e, ancor più importante, mantenendo la promessa fatta a sé stesso dieci anni prima. Come nel suo percorso universitario, anche in sella il cammino per arrivare dove si era prefissato è stato tortuoso e impegnativo, ha richiesto tempo e abnegazione e, sebbene gli abbia regalato anche diverse soddisfazioni, l’ha obbligato a misurarsi con non pochi inconvenienti e peripezie. Insomma, un’alternanza di gioie e avversità ben esemplificata, nella sua parabola, dalle corse disputate in Cina.

Jambaljamts Sainbayar in una fase concitata del Tour de Taiwan 2023

Dalla Cina alla Spagna

In Cina ci sono posti bellissimi, corse molto ben organizzate, ottimi premi in denaro ma così tanti trasferimenti...corri 3 ore e poi ne passi 6-7 in bus. [...] Ricordo quando il Tour of China partiva dalla Mongolia interna. Quella volta dopo la prima tappa abbiamo fatto 700 km in autobus e il giorno successivo siamo partiti la mattina presto, alle 9 o alle 10, per una frazione di sole 3 ore. Dopo la tappa abbiamo ripreso l’autobus e siamo arrivati in hotel credo all’una di notte! Il giorno dopo ci siamo svegliati alle 6.30 del mattino, abbiamo fatto colazione e poi un altro trasferimento di 2 ore per arrivare alla partenza. Ecco perché lo abbiamo chiamato Tour de Transfers. Qualsiasi ciclista che era in Cina può confermartelo”.

I trasferimenti, tuttavia, per Jambaljamts non sono finiti e non finiranno di certo ora ma verosimilmente avranno come sfondo nuovi scenari. Davanti a sé, infatti, ha un’annata con la Burgos-BH, compagine iberica che gli darà l’opportunità non solo di calcare i prestigiosi palcoscenici europei ma anche, a differenza di quanto avvenuto in passato, “di allenarsi in maniera adeguata. A volte le condizioni meteorologiche nel mio Paese sono avverse e, in estate, non posso prepararmi tutti i giorni, nel modo più corretto. Con la Burgos [...] spero di poterlo fare”.

A parte ciò, a Jamba la Spagna piace e tende già adesso a non nasconderlo. Apprezza “il bel tempo”, adora Mallorca, Barcellona e Madrid e sa che è un “Paese accogliente” dove stare non solo per aver “sentito molti racconti positivi dai compagni che hanno viaggiato là” ma anche perché quest’anno, dopo i Mondiali, vi ha trascorso un paio di giorni prima di spostarsi ad Andorra per due settimane di ritiro self-made. Dunque ha già iniziato ad annusare l’ambiente spagnolo e qui, in questa terra, lui che è un corridore che “può sprintare, gareggiare contro il tempo e all’occorrenza anche un essere un gregario” ma che concretamente è e si definisce “un corridore da classifica generale” spera di poter abbinare la scoperta di nuove metodologie di allenamento e nuove corse con il raggiungimento di nuovi limiti personali mai toccati senza però pretendere di venir selezionato o esser capitano in determinati eventi.

Farò quello che è nelle mie possibilità. Cercherò prima di tutto di essere un buon compagno di squadra. La priorità per me è dimostrare di poter ottenere buoni risultati nelle corse europee, perché un conto è saper ottenere buoni risultati in Asia, un conto è farlo qui. L'Asia è molto diversa. La gente, quindi, può dubitare delle mie capacità e non essere abbastanza convinta sul mio conto. Farò in modo che comprendano cosa posso fare. Poi certo proverò a guadagnarmi il posto per la Vuelta a España, i Giochi Olimpici e anche a qualche classica. Per me ogni singola corsa sarà importante per dimostrare a me stesso e alla squadra cosa posso fare”.

Se c'è una cosa che non è mai mancata a "Jamba" è l'entusiasmo a tutto tondo per la bici: qui impenna durante un giro di scarico poco fuori Kuala Lampur

La Mongolia non è un Paese per ciclisti

A prescindere dalle mansioni di cui, di volta in volta, sarà investito, quel che è sicuro è che tifosi e addetti ai lavori dovranno abituarsi a riconoscere i tratti e imparare a pronunciare il cognome di un corridore proveniente dalla Mongolia, una terra lontana, di cui, ciclisticamente e non, magari si sa poco ma che, grazie a Jambaljamts, potremmo aver modo di scoprire. Lui, intanto, non si tira indietro e quando deve parlare di come sia vissuta la bicicletta alle sue latitudini tende a farlo con un’apprezzabile onestà.

Non è propriamente un Paese per il ciclismo, siamo più attenti alla lotta, al judo, alla boxe, al tiro a segno e ad altri sport. Siamo pochi, solo 3,5 milioni e fondamentalmente siamo concentrati nella capitale, che è a 1.350 metri sul livello del mare. Le strade attorno sono sostanzialmente pianeggianti, non ci sono grandi montagne, giusto piccole colline. Durante l’anno la maggior parte dei giorni c’è vento, la bella stagione, quella in cui pedalare, va da aprile a fine settembre mentre a ottobre inizia a fare freddo. Nonostante tutto però il ciclismo sta diventando più popolare: abbiamo una federazione molto attiva che organizza eventi di vario tipo ogni fine settimana, molte corse locali e questo contribuisce a rendere questo sport più diffuso in Mongolia. La gente sa poi cos'è il ciclismo anche a causa del traffico e dei tanti ingorghi che ci sono nella capitale, dove vive un milione e mezzo di persone e in cui ora molte di più scelgono la bicicletta per spostarsi”.

Molti più ragazzi quindi, in Mongolia, stanno decidendo di inforcare le loro biciclette: qualcuno per andare a lavorare o a scuola, altri per svagarsi nel tempo libero, altri per sfogare il proprio lato competitivo-agonistico e qualcuno per provare se, facendone la propria ragione di vita, come Jambaljamts, si può provare a sognare in grande. Proprio a loro, il ragazzo di Ulaanbaatar però tiene a rivolgere un pensiero e un accorato consiglio: un conto è prendere parte alle gare organizzate nella propria città, nella propria regione, nel proprio Paese o appena fuori, un conto è tentare la via del professionismo e lo sbarco stabile in una realtà europea.

Quando diventi corridore in Mongolia, non sai bene cosa sia il vero ciclismo perché sei davvero lontano. Pedali e pedali per trovare un posto in una squadra Continental e basta. Se ti alleni bene arriva anche il risultato, altrimenti no. Penso che uno debba comprendere cosa succede nel ciclismo internazionale, documentarsi su come poter migliorare se stesso e trovarsi un buon allenatore”.

Jambaljamts l’ha fatto e, come tiene a ribadire deciso lui stesso, l’ha fatto seguendo un mantra ben preciso “Hard work pays off”, il duro lavoro paga. Ovviamente ci è voluto del tempo per vedere i frutti di questo lavoro, assaporare la ricompensa per tutte le rinunce fatte negli anni, godersi il prodotto di tutto il sudore versato in quei ritiri a volte messi in piedi autonomamente, a volte approntati dalla sua squadra d’appartenenza come quello in Cina nel 2013 dove, per sua stessa ammissione, “è davvero migliorato” e “ha imparato come andare in salita e in discesa”. È lavorando, continuando a credere nel proprio sogno, appoggiandosi a persone d’esperienza e concedendo il giusto spazio ad altro (e nel suo caso l’altro sono soprattutto le drifting car giapponesi delle quali, grazie a un amico nipponico, possiede tre esemplari e sulle quali durante l’off-season ogni tanto si concede qualche sgasata in circuito) che Sainbayar oggi può dire di aver mantenuto la promessa ed esser riuscito in qualcosa in cui pochi avrebbero creduto: diventare professionista. È lui oggi il volto nuovo del ciclismo mongolo (movimento che in passato ha avuto i suoi principali esponenti nell’iridato junior 2016 nello scratch Batsaikhany Tegshbayar e nel 9 volte campione nazionale Jamsrangiin Ölzii-Orshikh), un volto orgoglioso e determinato che conosce i suoi limiti ma anche dove vuole arrivare.

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