La Via delle Valli da pesca: pedalare a fior d'acqua

Poco più a sud della laguna di Venezia e di Chioggia, confinato tra la foce dell’Adige e il ramo più settentrionale del delta del Po, esiste un lembo di terra e acqua che, malgrado la sua apparente selvaticità, viene da secoli governato e plasmato dall’uomo per l’attività di pesca estensiva. Stiamo parlando delle valli da pesca di Rosolina

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Punto di osservazione sulla laguna di Caleri.

Le valli da pesca di Rosolina sono un ampio territorio allagato, separato dalla laguna di Caleri per mezzo di un lungo argine artificiale attraverso cui l’acqua salmastra viene regimata e miscelata all’acqua dolce secondo tecniche millenarie per favorire l’allevamento del pesce in condizioni naturali. Certamente ne facevano uso già i popoli paleoveneti, ma le prime tracce dell’esistenza di questo straordinario ecosistema governato dall’uomo risalgono all’epoca romana, come testimoniano scritti in cui si citano appunto le “piscinae piscarie”. Il lungo argine è provvisto di chiuse o “chiaviche”, che vengono manovrate all’occorrenza per regolare l’ingresso dell’acqua dalla laguna, ma anche per far entrare il pesce in primavera o per incanalarlo in appositi labirinti nel periodo di pesca. Lungo l’argine si snoda una stradina asfaltata, percorsa da qualche sporadica macchina, che permette di esplorare il territorio attraverso un percorso facile e adatto a qualsiasi tipo di bicicletta. Il paesaggio è caratterizzato dalla presenza di acqua su entrambi i lati del percorso, poca vegetazione e storici “casoni”, edifici restaurati e oggi sedi delle numerose aziende di itticoltura. Più che un classico giro cicloturistico appare un compromesso tra un trekking naturalistico in bicicletta, un viaggio introspettivo immersi nella quiete irreale di questo ecosistema, e una battuta di bird-watching grazie alla ricca avifauna locale. Informandosi preventivamente, anche gli appassionati di storia non resteranno delusi: questi territori erano parte della Repubblica di Venezia e proprietà di nobili famiglie patrizie veneziane e circa 400 anni fa fu proprio la Serenissima a imprimere uno dei più grossi cambiamenti morfologici a questo territorio, deviando il corso di uno dei rami del Po, che minacciava il progressivo interramento della laguna di Chioggia e facendolo sfociare più a sud attraverso lo scavo di un nuovo canale. Questo intervento fu anche motivo di contese con il Papato, che rivendicava il suo dominio su alcuni territori, contese sfociate poi in scontri armati e in un successivo trattato tra i due belligeranti. L’unica nota di carattere pratico che mi sento di evidenziare, è l’assenza di alcun tipo di struttura o di locale pubblico lungo quasi tutto il percorso, con eccezione per i paesi di Rosolina Mare e di Cavanella d’Adige; il che suggerisce di essere autosufficienti con un minimo di bevande e viveri.

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Specchi d'acqua immobile

L'itinerario si può affrontare da punti diversi ma' dovendo arrivarvi in auto, Rosolina Mare sarebbe da evitare in alta stagione per via della difficoltà a parcheggiare. Decido quindi di parcheggiare a Cavanella d’Adige, piccolo borgo situato appena sotto l’argine sinistro del fiume: poche case, una chiesa, un bar. Con la bici raggiungo in qualche centinaio di metri il ponte sull’Adige, percorso dalla strada Romea, che attraverso portandomi sull’argine destro e proseguendo in direzione della foce, dapprima su asfalto, poi su sterrato a tratti sassoso. Il fiume è imponente, per dimensioni dell’alveo e per volume d’acqua. Il suo bacino imbrifero montano comprende l’Alto Adige e gran parte del Trentino, quindi se ne può immaginare la portata, specie in caso di eventi meteorologici. Dopo circa 4 chilometri scendo dall’argine sulla strada asfaltata che conduce a Rosolina Mare e, in prossimità di un attraversamento con semaforo e indicazioni, mi immetto nella Via delle Valli e mi trovo già sull’argine artificiale che separa la laguna dalle aree da pesca. L’acqua domina il paesaggio, a destra e a sinistra. Specchi d’acqua immobile, che sotto il cielo diafano di un’afosa domenica settembrina sembrano quasi laghi di argento liquido. Sull’argine sono presenti di tanto in tanto dei punti panoramici rialzati, creati per offrire al visitatore una visione d’insieme del paesaggio. Talvolta incrocio una delle numerose chiuse costruite per regolare il flusso idraulico tra laguna e valli da pesca; è curioso il fatto che abbiano tutte un loro nome, non un semplice numero. A sinistra, in fila e nascoste dall’argine, alcune decine di cavane, capanne di legno costruite sull’acqua, ospitano le barche dei pescatori; qualche rete stesa rende ancor più caratteristico il paesaggio.

Aironi e altri uccelli acquatici popolano ogni spazio circostante. Zampe lunghe e ossute immerse nell’acqua sembrano nodose canne palustri e sorreggono curiosi essere piumati dal lungo becco giallo, che pazientemente attendono di vedere guizzare il loro pasto tra le acque trasparenti e il fondo limaccioso. Nei momenti in cui non passa nemmeno un’auto mi sembra che anche la mia presenza sia di disturbo. Il battistrada degli pneumatici della mia bici è poco più delle squame di un serpente, ma nel silenzio ovattato della laguna salmastra produce un ronzio sufficientemente forte da sovrastare il suono della lieve brezza marina tra la scarsa vegetazione. Continuo a pedalare, anche in rilascio, per non sentire il gracchiare della ruota libera, che infrangerebbe il silenzio come una moto da cross che viola i muschi di una foresta secolare. Dopo circa 8 km di argine, tocco nuovamente la terra ferma in prossimità di un bivio, sul quale è situata la chiesetta dell’Immacolata Concezione di Maria. Al bivio c’è un’area provvista di un gazebo in legno, tavoli e panche, utili alla sosta di chi si trova ad affrontare in bici o a piedi questo percorso. Se si tiene la destra la strada conduce al paese di Rosolina (non Rosolina Mare), mentre io proseguo a sinistra nuovamente su argine, attraversando le valli Venier, Capitania, Pozzatini, Sagreda, fino a salire sull’argine sinistro del Po di Levante, che percorro fino alla foce di Porto Levante, sempre circondato da acqua.

Argine destro dell'Adige.

L'isola inaccessibile

Decido quindi di fare una puntata sull’Isola di Albarella, che sulla mappa appare piuttosto grande e popolata, collegata da un cordone di terra e da un ponte. Verso la laguna osservo piccole barche che aspirano sabbia dal fondale e setacciano vongole in una zona ben delimitata da pali segnaletici affioranti dall’acqua. Oltrepasso il porto turistico di Albarella e mi dirigo verso il suo centro abitato, ma mi trovo l’accesso precluso da un varco, con tanto di sbarre automatiche e un box in vetro fumé presidiato da una donna in divisa bianca. Come in un film di 007, mi ricorda un po’ il check-point all’ingresso della proprietà del malvagio Goldfinger, con donne in divisa e perimetro invalicabile. Siccome io non sono James Bond, la guardiana mi rispedisce indietro e mi informa che non posso entrare neanche in bicicletta, dato che l’isola è privata. Hmm… un’isola “proibita”! Il via-vai di macchinoni di un certo calibro induce la mia immaginazione a errate fantasie di circoli massonici, cenacoli di politici ed eminenze grigie, riti esoterici. Ma niente di tutto ciò: è solo un’isola privata.

Pazienza, medito sull’importanza di informarsi prima di un viaggio, inverto la rotta e ripercorro a ritroso la strada fino a Porto Levante. Peccato che il porto e le poche abitazioni del borgo siano sull’altra sponda del Po, e non c’è modo di passare di là se non facendosi traghettare da un qualche servizio ferry di cui ignoro l’esistenza. Così sfuma anche il mio desiderio di una sosta in una tipica osteria del Parco del Delta.

Ciclisti sulla Via delle valli.

Riprendo il cammino sull’argine del Po fino all’incrocio che mi riporta sulla Via delle Valli, quando un suono attira la mia attenzione verso gli specchi d’acqua alla mia destra. Grida sgraziate e suoni gutturali provengono da un punto lontano nella laguna; è un conciliabolo di fenicotteri e, se la vista non mi inganna, hanno anche una livrea tendente al rosa. Cosa debbano dirsi di così importante e con tanta rumorosa eloquenza rimane un mistero; ma rimangono lì in gruppo, le zampe ben piantate sul fondale, il collo snodato e sinuoso che fa ondeggiare la loro testa dal caratteristico e buffo becco ricurvo. La mia fotocamera non consente di zoomare i volatili, così mi rimetto in viaggio sostando un minuto davanti all’Oratorio dei SS Filippo e Giacomo, eretto nel 1722 e da poco restaurato. Rientro quindi sull’argine di Via delle Valli e attraverso nuovamente i paesaggi visti all’andata, solo con un diverso punto di vista e una leggera brezza contraria molto gradevole. Giunto nuovamente sotto l’argine dell’Adige vi salgo per proseguire fino alla sua foce, in direzione Rosolina Mare. In poco più di 6 km mi ritrovo sotto alla torre panoramica costruita nei pressi della foce, una costruzione dalla forma slanciata che ricorda quasi un braciere olimpico, alla cui sommità si accede attraverso un cammino a spirale. Molte delle acque che, dall’alto, vedo immettersi nel mare, provengono dallo scioglimento di ghiacciai quali il Giogo Alto, l’Ortles, lo Stelvio, il Cevedale e altri minori. Mi fa una certa impressione pensare che tornano a riabbracciare il mare per la prima volta dopo essere state intrappolate per millenni ad alta quota. Ma per l’avventore distratto si tratta di semplice acqua, acqua verde che fa venire sete, e per fortuna lì vicino c’è il centro di Rosolina Mare, dove in quanto a bar e locali c’è solo l’imbarazzo della scelta. Il sole comincia ad abbassarsi verso Ovest e lo inseguo risalendo nuovamente il corso dell’Adige fino a Cavanella, dove il mio giro si conclude con circa 50 km di strada e con il proposito di tornare per visitare la parte più a sud del Parco del Delta. Sempre in bici, ma con temperature più autunnali, tra foschie più consone al contesto e munito di una cospicua scorta di pane e salame.

Approdi e cavane per pescatori.

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