Nokere Koerse, una storia di pavé, calore e fatica

Dal 1944, sul tappeto di pavé che taglia il villaggio belga di Nokere, si disputa una gara che, anno dopo anno, da festa di paese è diventato un evento mondiale. Ci siamo confusi tra la folla che si assiepa a bordo strada per assistere allo spettacolo, per raccontarvi "da dentro" cosa significa per una comunità di 800 anime "costruire" e vivere una manifestazione come questa. Tim Merlier vince per la terza volta, Lotte Kopecky, campionessa del mondo in carica, sola al traguardo, ma aiutata dalla squadra

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L’origine del nome Nokere è incerta. Secondo alcuni, primo fra tutti il filologo Albert Carnoy, deriverebbe dal latino medioevale “nucarius” e starebbe ad indicare un luogo dove crescevano alberi di noce, ma a sostegno di questa tesi non vi sono prove concrete e dunque, a oggi, l’etimologia di questo piccolo villaggio nelle Fiandre Orientali (apparso per la prima volta nei libri di storia attorno alla metà del XII secolo) resta ambigua. Meno dubbi invece vi sono riguardo all’indicazione che, nel XVIII secolo, l’attività che andava per la maggiore a Nokere fosse la lavorazione del lino e ancora meno, a proposito di tessuti, ve ne sono circa il fatto che quella della Nokere Koerse, la corsa di ciclismo a cui dal 1944 (anno della prima edizione vinta da Marcel Kint) questa località deve la sua fama ed è indissolubilmente legata, sia una storia che intesse pietre, fatica, gloria e, soprattutto, passione popolare.

Tutto parte dal Nokereberg, un tappeto di pavé che si stende per 350 metri in salita (pendenza media del 5.7%, massima del 7%) e taglia in due il paese, compiendo prima una dolce “esse” destra-sinistra e poi, dopo aver lambito il ristorante Het Landhuys e la deviazione che porta alla graziosa chiesetta in stile neogotico di San Ursmaro, protendendosi dritto fino all’incrocio con Waregemsestraat. È qui, su questo breve declivio, tra casette di mattoni a un piano disposte una in fila all’altra, che i tifosi si piazzano per assistere ai vari passaggi della Koerse alternando urla e incitamenti ai propri beniamini con generosi sorsi di birra (che da queste parti non manca mai), sostanziosi morsi a salsicce e frites e scommesse presso i banditori ambulanti presenti a bordo strada con le classiche lavagne riportanti le quote del giorno. Azzardo e profumi quindi, il giorno della gara, si mescolano senza soluzione di continuità con una vocalità sempre più accentuata che, nell’occasione, prende il sopravvento sui ritmi lenti e le usuali placide sonorità di quest’angolo di Belgio.

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188,1 i chilometri da percorrere da Deinze a Nokere (25,8 dei quali in pavé), suddivisi tra un tratto in linea iniziale che proporrà sei strappi e alcuni settori di acciottolato, e un circuito finale da ripetere per tre volte. Lungo 31,3 chilometri, questo anello conclusivo prevederà tre passaggi sul breve muro di Lange Ast e quattro sul Nokereberg, in cima al quale sarà posto il traguardo.

Da gara di paese a evento mondiale

Nokere in sostanza si anima e il Nokereberg è il centro nevralgico di tutto, un luogo che, in occasione della Koerse, si mette in tiro e viene vestito ad hoc per il grande evento diventando teatro di una grande festa. Ciò lo si percepisce dalle persone che in molti casi, pur essendo mercoledì, indossano il vestito della domenica, dal fatto che tutto e tutti sembrano fermarsi richiamati dalla speciale circostanza ma anche, più concretamente, dalle parole di Rony De Sloovere, dal 1992 direttore di corsa della Nokere: “Un tempo la corsa era una “kermesse”, una piccola gara che si svolgeva intorno alla fiera locale. Oggi la Nokere si è evoluta in una semiclassica internazionale, ma l’atmosfera e l’ambiente sono rimasti quelli di una volta con migliaia di persone che vengono qui per festeggiare e godersi lo spettacolo”.

Il dato, quello relativo al numero di appassionati, non è gonfiato: si parla proprio di migliaia di tifosi e a confermarlo, oltre le nostre approssimative valutazioni, sono le signore che all’accoglienza del tendone riservato a vip e invitati (eretto appositamente per l’evento) ci parlano di circa 2.500 presenze prima di lasciarci nelle mani del sindaco Joop Verzele col quale approfondiamo meglio cosa rappresenti la Nokere Koerse (dal 2013 sponsorizzata dalla compagnia di costruzioni Danilith) per la gente e il territorio locale e come sia riuscita a diventare una delle 33 gare di un giorno appartenenti al calendario ProSeries.

L'organizzazione ha sempre cercato di dar vita ogni anno a edizioni che fossero migliori di quelle precedenti. Oggi la Nokere è una gara trasmessa in televisione, ha un evento riservato alle donne, ma all'inizio era una corsa molto piccola. Noi di Nokere siamo molto orgogliosi che grazie a questo evento si possa vedere il nostro piccolo villaggio in televisione in Belgio, in Europa ma anche in tutto il mondo. È bellissimo ammirare per due o tre ore i castelli, le chiese, i siti della nostra città...personalmente trovo sia molto speciale. I momenti più belli? Sono un sindaco che va molto fiero della sua realtà per cui vedere questo piccolo gruppo di persone mettere in piedi tutto ciò con il cuore, stare bene ed essere felice rimane per me la cosa più bella” ci spiega il primo cittadino di questa località con a malapena 800 anime, una comunità davvero piccola in grado però, nonostante le sue dimensioni, di mettere efficacemente in campo risorse e qualità per approntare al meglio una manifestazione di caratura internazionale come la Koerse. “Siamo una piccola organizzazione composta tutta da gente che abita qui. La maggior parte delle corse sono messe in piedi da professionisti mentre nel nostro caso gli organizzatori non lo sono, sono persone normali che non si adoperano per soldi e sono orgogliose di poter dar vita a un evento mondiale. Questa è una corsa fatta con il cuore e ne andiamo fieri”. A proposito di fierezza, vi è un altro aspetto importante di cui Joop (intento a celebrare nel giorno della Koerse 2024 il 15° anniversario della sua elezione a sindaco di Nokere) e il comitato organizzatore della corsa vanno orgogliosi: “Siamo la prima organizzazione ad aver introdotto lo stesso montepremi per gli uomini e per le donne. Non è un fatto di cui si è parlato molto in televisione o sulla stampa perché non siamo professionisti ma è così. Alcuni non sono stati molto contenti di ciò perché così anche altri si sono dovuti adeguare pagando di più” spiega sorridendo il sindaco, impegnato in prima linea, come tutti in paese, perché la corsa e, in generale, ogni manifestazione si sviluppi nel migliore dei modi.

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Ricordi italiani

Uno spirito, una propensione al sacrificio, una voglia di investire per creare qualcosa di unico che chi capita, o è capitato da queste parti, non può non notare. Ne sono la prova i ricordi di Francesco Chicchi che di Nokere Koerse, in carriera, ne ha corse due vincendone (unico italiano a riuscirci nella storia) una, quella del 2012: “Intorno a queste gare c'è veramente un pubblico caloroso: a Nokere, come in altri posti in Belgio, la gente del posto vive solo per quello, lavorando da un anno all'altro per la buona riuscita della competizione che poi è una sorta di festa”. Chi disputa la Koerse però questo clima gioioso e leggero può viverlo solo in parte. Può percepirlo, questo è sicuro, ma non può immergervisi fino in fondo perché la corsa è esigente e necessita della massima concentrazione oltre che, come dimostra il racconto della Nokere conquistata dall’ex corridore toscano, di una buona condizione fisica, elemento essenziale questo per riuscire a mettere la propria ruota davanti a quella degli altri. “Era una settimana in cui stavo davvero bene - rammenta con grande sincerità l’attuale direttore sportivo del Team Technipes #inEmiliaRomagna che, in quell’occasione, riuscì a domare magistralmente la pendenza e le vibrazioni del Nokereberg - perché il giovedì successivo alla Nokere vinsi anche l’Handzame Classic davanti a Kittel. In quel periodo mi veniva tutto abbastanza semplice o, se vogliamo, meglio di altre volte. Il giorno della corsa mi ricordo che non c’era troppo vento e che, da quanto stavo bene, andai dal mio compagno Marco Bandiera dicendogli 'oggi mi sa che o vinco in volata o arrivo da solo'. Alla fine, feci uno sprint veramente super perché il secondo finì a tre biciclette, il terzo e il quarto ancora più lontani... Lì la bicicletta balla a destra e a sinistra ma se hai la fortuna di partire davanti e hai la forza per spingere puoi far tuo il successo. Il segreto, se si può chiamarlo tale, è quello: oltre ad avere una grande squadra con 4 o 5 'cammelloni' come li chiamo io, che ti consentano di star davanti fino all’ultimo giro anche in caso di vento, pioggia o ventagli, per vincere bisogna entrare a tutta nell’ultima semicurva e poi dare tutto finché ne hai”.

Francesco Chicchi alla Nokere Korse del 2012.

Tim e la vittoria "in casa"

Un consiglio che forse l’idolo di casa, nonché vincitore della Nokere Koerse 2024 maschile, Tim Merlier potrebbe aver ascoltato dato che, a ben vedere, il campione belga in forza alla Soudal-Quick Step ha seguito alla lettera proprio l’indicazione di Chicchi per avere la meglio in volata sugli altri contendenti e infilare, in questo modo, uno storico tris nella “sua” corsa.

“Vivo a soli cinque chilometri da qui e l’atmosfera che si respira, con così tanti tifosi a sostenermi, è incredibile. Molte persone sono venute a vedermi oggi per la prima volta in Belgio questa stagione, ho fatto molte foto stamattina ma alla fine eravamo qui per correre e, che dire, è stata di nuovo una gara molto dura, stressante. Per fortuna conosco molto bene ogni settore (anche se in allenamento non li ho fatti spesso) e le strade e sono sempre stato in buona posizione quindi devo dire grazie alla squadra. Poi per la prima volta mio figlio era qui a guardarmi dunque sono davvero orgoglioso di aver potuto vincere questa gara. È un sogno” ci confessa Merlier con il piccolo Jules in braccio che reclama dolcemente le attenzioni del padre, un uomo inevitabilmente invocato, cercato e salutato da tutti attorno al traguardo di Nokere sul quale, al contrario, Lotte Kopecky è arrivata ad alzare le braccia al cielo nella gara femminile senza aver bisogno di sprintare sul Nokereberg.

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Podio donne

La vittoria "di squadra" di Lotte

Alla campionessa del mondo, vittima anche di una caduta nel corso della gara, è bastato far la differenza su un tratto di pavé a 7 chilometri dal traguardo per giungere tutta sola a Nokere e salire sul gradino più alto del podio, facendo brillare la sua maglia arcobaleno, per il secondo anno consecutivo. Importante per lei, prima dell’assolo decisivo, il supporto datole in precedenza da tutte le compagne del Team SD Worx - Protime compresa Elena Cecchini che, dopo la linea, ci ha raccontato le difficoltà incontrate da lei e dalla squadra per arrivare a conquistare il trionfo con l’iridata.

Abbiamo dovuto mettere un po’ insieme i pezzi: io sono caduta in allenamento, Mayerus non si è sentita molto bene e quindi siamo partite in cinque, mentre Lotte e Lorena sono finite a terra durante la gara. È stata una corsa molto dura, 130 km molto tirati dall'inizio alla fine, con alcuni tratti esposti dove c'era vento e dunque, come sempre, anche molto nervosismo. Noi volevamo provare con Lotte proprio nel punto dove poi ha accelerato e [...] alla fine penso che possiamo essere contente, abbiamo corso bene di squadra e meglio di così non poteva andare”.

Per la tre volte campionessa italiana su strada, dunque, un esordio positivo alla Nokere: “Non l’avevo mai corsa ma stando solitamente qua vicino in hotel mi è capitato spesso di allenarmi da queste parti. Mi è piaciuta, è una classica belga con tanto pavé e qualche strappo, son contenta di non averla fatta con la pioggia. Un confronto? Ovvio, il Fiandre e la Gent-Wevelgem hanno un qualcosa in più a livello storico, sono molto iconiche, ma questo tipo di classiche, Nokere, Dwars door Vlandereen piuttosto che il GP Oetingen, secondo me preparano molto bene per le gare più prestigiose e alla fine anche queste sono importanti e belle da vincere”.

Elena Cecchini durante gli allenamenti in Spagna.

L'arte della fatica

Per Elena quindi quella distinzione tra classiche di Serie A e Serie B decade. Tutte le gare di un giorno al Nord hanno un loro perché e meritano di essere disputate e conquistate. Ogni corsa vale un’abbondante fetta di prestigio, personale e di squadra, e ogni corsa è in grado, per un motivo e per l’altro, di esaltarti e far esaltare, di farti percepire un entusiasmo contagioso e strabordante che ripaga di tutta la fatica fatta, del sudore versato, della fatica provata. Già, perché alla festa e all’atmosfera coinvolgente e gioiosa che contraddistingue questo contesto di gara fanno da contraltare i traumi, le cadute, le ferite provocate tanto dalla durezza del percorso e delle condizioni atmosferiche quanto dalla spigolosità delle pietre e dunque, dopo il traguardo, non bisogna sorprendersi nel vedere sorrisi, esaltazione e soddisfazione mischiarsi a smorfie, imprecazioni e disappunto. Anche alla Nokere è così. Lo testimoniano Matteo Moschetti, che si rammarica per come è andato il finale e per essere caduto ma evidenzia “quanta gente ci sia oggi che è mercoledì, qui c’è passione, vero ciclismo”; Gibbe Staes, belga classe 2005 dell’UAE Team Emirates Gen Z: “è pazzesco essere qui a correre, in Belgio, nel mio paese, proprio una bella esperienza; il pavé mi piace ma la battaglia per approcciarlo è folle”; Erlend Blikra, sprinter norvegese della Uno-X Mobility, alla prima Nokere della carriera; ma anche Stina Kagevi, atleta svedese del Team Coop-Respol,, la più giovane debuttante al via della corsa femminile con i suoi 18 anni e 198 giorni. La ragazza dopo averci indicato le mani grondanti sangue per colpa di ben due capitomboli, con fare a metà tra l’emozionato e lo shockato ci dice che seppur “sia stata una giornata davvero dura, è stato molto bello correre qui, con tanti grandi nomi al via: rispetto a loro sono una ragazzina” e promette di tornare in Belgio per la Gent dopo qualche giorno di scuola. Bilkra invece, mentre divora famelico diverse manciate di caramelle, con grande onestà confida che “è sempre dura correre in Belgio” ed è normale avere con corse del genere “un rapporto di amore e odio” perché “ci sono istanti in cui arrivi ad odiare la bici, vorresti smettere di pedalare ma qualche volta vivi anche bei momenti: hai sensazioni contrastanti in queste corse, è un su e giù, come le montagne russe. Quindi soffri ma alla fine apprezzi la sofferenza perché questo è il ciclismo, funziona così”. Per dirla col titolo di una canzone (ambito che a Erlend, componente della band norvegese Broomwagon Passengers, sta particolarmente a cuore), “Hell will have to wait” perché, specifica sorridendo il ventisettenne di Stavanger, “ci sono vicino ma non è ancora giunto il momento in cui andrò all’inferno. Non oggi almeno: vivrò un altro giorno”.

Erlend però, come altri uomini e altre donne prima e dopo di lui, un assaggio di come possa essere l’inferno alla Nokere l’ha avuto, a giudicare dalle macchie di fango più o meno grosse sulla pelle, dalle ombre di polvere sul volto, dalle mani arrossate e, in altri casi rispetto al suo, dai completi lacerati in più punti, segno questo di incontri ravvicinati e non molto piacevoli con l’asfalto. Nonostante ciò, chiedendo a lui e ad altri della Koerse appena conclusa, nessuno ha nascosto la propria soddisfazione per avervi preso parte, aver stretto i denti e dato tutto per arrivare fino in fondo, sperimentando di persona quanto questa, e più in generale le gare in Belgio, possa allo stesso tempo dare e togliere moltissimo. Sicuramente con meno patimenti, anche chi si è mosso per e attorno alla corsa ha avuto modo di apprezzare e capire perché a quella latitudine, alla fine, ci si trovi bene e perché l’esperienza sia di quelle che ti restano dentro. La scenografia, l’incanto del paese scosso da una positiva frenesia, la semplicità dei gesti e delle parole, l’accoglienza delle persone (che sembrano sempre lasciarti uno spazio perché anche tu possa godere ed essere testimone delle gesta dei corridori) e, non per ultimo, quel drappo di pietre che si dipana in mezzo alle case, magnetico e affascinante, sono come corvi romani che consentono alla Nokere di uncinarsi stabilmente alla nave dei ricordi di chiunque. Mancherà, come ci dice simpaticamente Rafa (fotografo di ciclismo da 37 anni), “il cibo spagnolo o italiano”, ma in un contesto del genere è qualcosa che possiamo mettere in conto.

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