Oscar e ciclismo: titoli cult e grandi campioni... il gioco degli abbinamenti

Conclusasi la lunga cerimonia degli Oscar, che ha portato ben 7 statuette ad Oppenheimer, la pellicola superfavorita di Christoper Nolan, ci è venuta voglia di fare un gioco di associazioni fra cinema e ciclismo. Abbiamo selezionato una decina di titoli cult, premiati anch'essi per la miglior regia, e gli abbiamo abbinato un campione di oggi o di ieri, ovviamente con relativa spiegazione

Via col Vento (1939)

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In volata o con prepotenti ed entusiasmanti assoli, Tom Boonen ne ha annichiliti di avversari. Lo dimostrano le 4 Roubaix, le 3 Ronde, le 3 Gent conquistate, il titolo Mondiale di Madrid ma anche le tappe al Tour e alla Vuelta. Nelle sue giornate di grazia Tom Boonen strapazzava chiunque provasse a frapporsi tra lui e la vittoria, con brucianti volate o con allunghi spaccagambe. Non c’era possibilità di resistergli ed evitare di finire nel vortice creato dal suo possente incedere. Tom, involandosi, spazzava e travolgeva tutti col fare di un tornado, Tornado Tom appunto, lasciando dietro di sé un’inconfondibile scia di grandezza.

Tutti gli uomini del re (1949)

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Il re in questo caso è il Re Leone, Mario Cipollini, che tanto ha avuto e tanto ha conquistato in carriera grazie al fondamentale apporto avuto dagli uomini che, di volta in volta, ne hanno composto il treno.

Un americano a Parigi (1951)

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Non ce ne voglia Lance Armstrong e la nube scura che gli gravita attorno, ma il primo e per ora ancora unico americano (ciclista) a Parigi è Greg Lemond. È stato lui infatti, dopo aver fallito i tentativi del 1984 e 1985, il primo corridore made in USA a ricevere la maglia gialla del Tour nella Ville Lumiere nel 1986 e a ripetere tale impresa nel 1989 e nel 1990, risultati con cui gli americani hanno infranto finalmente il tabù della vittoria nelle gare a tappe di tre settimane: insomma, sotto la Torre Eiffel, Lemond ha compiuto “un grande passo” per la storia del pedale a stelle e strisce.

Un uomo per tutte le stagioni (1966)

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Wout van Aert è così, dove lo metti sta. In inverno, a solcare con fare potente il fango e la sabbia dei tracciati di ciclocross, in primavera a giocarsi la vittoria nelle classiche più prestigiose, in estate a spianare (per sé o per i compagni) le salite delle corse a tappe, in autunno a cercar gloria con la maglia della sua nazionale. Dovunque lo metti, c’è il rischio di vederlo davanti, in lotta per qualcosa d’importante, a prescindere dal tempo, dalla superficie e dai rivali. L’uomo (o il campione) per tutte le stagioni, ppunto.

Il cacciatore (1978)

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Ardenne e Fiandre, cotes e muri, pendenze in doppia cifra e settori di pietre sconnessi, sterrati polverosi e strappi violenti, Vallonia e Lombardia: non c’è terreno e corsa di un giorno che Philippe Gilbert, il campione del Mondo 2012 non abbia saputo domare. Gli è mancata la Sanremo ma lo sconfinato elenco di gare in cui è riuscito a imprimere il suo marchio lo rende comunque uno dei cacciatori di classiche più temibili dell’era contemporanea.

L'ultimo imperatore (1987)

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L’ultimo a centrare la “tripla corona”, l’ultimo a dominare in maniera continuativa le grandi corse a tappe. Dal 2011 al 2018 l'inglese Chris Froome ha concluso sul podio 11 dei 14 GT a cui ha preso parte vincendone 7, numeri che rendono solo parzialmente idea della tirannia esercitata nelle gare di tre settimane, manifestazioni che, dopo di lui, non hanno più visto nessuno (ma a occhio è solo questione di tempo) riproporsi con quella frequenza fra i primi 3.

Balla coi lupi (1990)

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Negli ultimi anni tutti hanno guardato con un misto di timore e rispetto il Wolfpack, la Quick-Step, il branco di lupi, di Patrick Lefevere, un gruppo capace con la sua aggressività, la sua forza diffusa e la sua coesione di far man bassa di vittorie e risultati di prestigio. Molti di questi hanno portato in particolare la firma di Julian Alaphilippe, esplosivo puncheur francese che in più d’una circostanza ha incarnato l’anima famelica del branco andando a conquistare iridi (2) e allori vari.

Gli Spietati (1992)

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Controllo chirurgico di sforzi ed energie, preparazione maniacale, marginal gains, nessun dettaglio lasciato al caso e riproposizione di schemi (il più delle volte vincenti) per stanare gli avversari: il modo di correre spietato e calcolatore del Team Sky ha segnato, non solo per i successi conseguiti, un’epoca e inciso più che sensibilmente sull’indirizzo intrapreso dal mondo delle due ruote.

Il paziente inglese (1996)

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Il baronetto, l’uomo che dopo i successi in pista ha saputo trasformarsi e reinventarsi a tal punto da diventare il primo britannico a vincere il Tour de France e, così facendo, portare a un altro livello la passione per le due ruote oltremanica. Per il pedale inglese c’è un prima e dopo l’affermazione di Bradley Wiggins alla Grande Boucle, un momento di svolta indelebile che in UK difficilmente si scorderanno.

Il signore degli Anelli. Il ritorno del re (2004)

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Dopo aver collezionato maglie iridate, trofei dalle forme originali e una marea di coppe e coccarde, per Peter Sagan è arrivato il momento di andare a caccia dell’ultimo prestigioso alloro per chiudere la carriera, quello recante il profilo dei cinque cerchi olimpici. È ai Giochi che infatti il campione slovacco dirà definitivamente “basta” con le due ruote, un gesto netto, per certi versi brutale ma anche necessario arrivato a questo punto, un atto conclusivo che il nativo di Zilina spera di accompagnare ad un altro, ennesimo, acuto della sua parabola a pedali nella MTB. È con una sfida dunque tutta adrenalina, rischi e sensibilità quella che farà calare il sole sul Sagan corridore, un ragazzo istrionico e dalla battuta sempre pronta che spera, e i suoi tifosi con lui, che l’ultimo raggio possa produrre un ultimo forte luccichio: quello di una medaglia a cinque cerchi appesa al suo collo.


Birdman (2014) - Primoz Roglic

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L’uomo che prima di darsi (con successo) al ciclismo, volava letteralmente con gli sci ai piedi. Birdman non può che essere lui, Primoz Roglic, il ragazzo cresciuto librandosi in aria dai trampolini e poi dirottato dal destino (nelle sembianze di una bruttissima caduta) verso la bicicletta, un mezzo a cui, vedendo i 4 grandi giri, l’oro olimpico a cronometro e la Liegi conquistati in carriera, lo sloveno si è adattato più che discretamente.

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