Racconto di Natale... di quasi 30 anni fa

In realtà, più che racconto è il ricordo di un viaggetto in bici abbastanza demenziale svoltosi durante le vacanze natalizie del 1994

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Pedalentreffen 2023 sul Lago di Montespluga.

Per le vacanze di Natale del '94 ero arrabbiato e depresso, perché la fidanzata dell'epoca mi aveva detto che non intendeva più fare alcun giro in bicicletta con me, ma anche tante altre cose, perché non mi amava più. Me lo aveva detto andandoci giù piatta, per telefono: "In realtà non ti ho mai amato, ho fatto confusione, credevo fosse amore, invece era solo affetto. Ma possiamo restare amici". Credevo fosse amore, invece era un calesse, ricordate il film? Per le vacanze di Babbo Natale, quindi, pensai di sfogarmi alla grande, affrontando un giro in bicicletta nel posto più freddo che mi venisse in mente tra quelli a portata di uno studente squattrinato milanese: Livigno. Il paese è stranissimo, intanto perché è italiano politicamente e svizzero geograficamente, essendo in cima a una valle che si dirama dall'Engadina e che è stata scavata dal fiume Spöl, le cui acque finiscono prima nell'Inn, poi nel Danubio e, infine, nel Mar Nero. Ma quella valle presenta dei punti impraticabili (tanto che oggi ci si arriva percorrendo un tunnel, quello del Gallo), così storicamente era più facile arrivare a Livigno dalle valli italiane, passando per valichi come la Forcola (2.315 m), il Foscagno (2.291 m), l'Eira (2.208 m), l'Alpisella (2.292 m), la Bocchetta di Trela (2.340 m) e il Val Mora, detto anche Doss Radond (2.235 m). Viste le quote, capite bene come raggiungere questo paese in pieno inverno fosse un macello: è un caso in cui anche in Italia si può parlare di viabilità himalayana. Per questo motivo è diventato una zona franca extradoganale. S'è sviluppato lungo una strada tutta dritta, con le case (grandi baite di legno, spesso rialzate rispetto al terreno) allineate e distanti una dall'altra, per limitare il propagarsi degli incendi. Oggi, nel 2023, Livigno è una delle più belle stazioni sciistiche delle Alpi e gode ancora dello status di zona franca. Le case non sono più staccate le une dalle altre, perché tra di loro sono sorti alberghi e negozi di fotocamere, elettrodomestici, liquori, abbigliamento sportivo e mountain-bike. Molte baite sono state trasformate in ristoranti di lusso, con enormi vetrate a interrompere le pareti di legno. Insomma, è un posto mondano dove si scia alla grande, si fa shopping e si mangia bene, ma mantiene ancora un fascino enorme. Per essere alla quota di 1.815 m, le sue temperature sono decisamente basse. L'innevamento dura da novembre a maggio. E arrivarci è sempre suggestivo, perché c'è una strada asfaltata da Bormio che supera il Foscagno e l'Eira, aperta tutto l'anno, che d'inverno è spesso innevata e circondata da muri di neve, in ambiente glaciale.

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Non siamo nella serie tv "Yellowstone", ma a Livigno.

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Oggi Livigno è famosa soprattutto per le piste da sci, che sono notevoli. Qui vediamo il comprensorio del Carosello 3000.

Per tutti questi motivi, in quel triste Natale del 1994 io pensai che andare a Livigno in bicicletta, partendo da Bormio e dormendo in tenda, fosse una delle cose più affascinanti che si potessero fare durante le vacanze, se non hai più una ragazza con cui condividerle. Bisogna anche considerare che io sognavo di andare all'Elefantentreffen, che è un demenziale motoraduno che si svolge nei giorni della merla in Germania e che consiste nell'attraversare le Alpi con temperature improponibili e nel dormire in tenda insieme ad altre 3.000/7.000 persone, a seconda delle annate. Non avendo i soldi per fare una cosa simile, mi consolavo facendo delle girate in bicicletta dove montavo la tenda sulla neve e che chiamavo Pedalentreffen. Il bello è che in seguito ho avuto i soldi per andare in moto all'Elefantentreffen, ma il Pedalentreffen lo faccio ancora oggi, perché mi piace sempre tantissimo.

Pedalentreffen 2023 sul Lago di Montespluga.

Il grosso problema è che, quando proposi ai miei amici di fare 'sta pedalata rinfrescante a Livigno, mi risposero che non potevano, perché la mia ormai ex ragazza aveva proposto loro di fare le vacanze natalizie insieme. Così, disperato, non volendo fare 'sta cosa da solo, invitai un tipo che conoscevo poco, col quale avevo fatto un paio di uscite con gli sci da alpinismo e che per quel Natale era rimasto solo, essendo stato mollato dalla fidanzata. Il ragazzo in questione lo chiamavo Dan'up perché era alto e massiccio come il flacone dello yogurt da bere che spopolava negli anni 90. Aveva iniziato ad andare in bici da poco e io gli stavo proponendo un cosa piuttosto tosta, non tanto dal punto di vista dell'impegno fisico, quanto logistico. Se non l'hai mai fatto, non è così banale caricare una bicicletta del necessario occorrente per dormire in tenda con temperature che non si sa quanto potrebbero essere feroci. Ma lui era uno con le palle. Disse "Va bene, vengo", venne, aveva tutto giusto e non ebbe alcun problema. La cosa triste è che anche se io partii con la reflex (una Olympus OM-2, fotocamera molto affascinante ancora oggi) con un saggio trittico di ottiche (28 mm, 50 mm, 135 mm) , son passati quasi trent'anni e io ho perso quasi tutte le foto. E mi mangio le mani, maledizione.

Il piano iniziale prevedeva la partenza in bicicletta da Milano già il giorno dopo Natale, il raggiungimento di Livigno passando per la Valtellina e Bormio e il ritorno a casa via Tunnel del Gallo, Engadina e Passo Bernina, entro Capodanno (510 km). Di fatto, Dan'up aveva anche altri impegni e ripiegammo su una toccata e fuga di questo genere: 31 dicembre partenza da Milano con l'auto, posteggio a Bormio, traversata in bicicletta via Foscagno ed Eira (36 km, 1.300 m di dislivello totali di salita), montaggio della tenda, notte di Capodanno passata Dio solo sa a fare cosa e, il giorno dopo, ritorno a Bormio (36 km, 700 m di dislivello). Andammo con la mia auto, una Fiat Duna Weekend, che mi stava procurando prese per il culo a non finire. Credo che fosse per colpa dello spot pubblicitario con cui la Casa torinese aveva tentato di lanciarla, facendola passare per una "Vorrei ma non posso" destinata agli sfigati, mentre io ci vedevo semplicemente una Fiat Uno più capace, in grado di portare la bicicletta dentro l'abitacolo.

In effetti, tecnicamente parlando si trattava di una Uno in versione familiare, con le ruote più grandi e le portiere foderate, eppure tra coloro che mi prendevano in giro c'erano pure i proprietari di Fiat Uno. Ma perché mi dilungo a parlare di quest'auto? Perché a fine racconto le succederà qualcosa.

Nevica!

Per quanto riguarda il meteo, le previsioni erano grandiose, con nevicate fin dalla partenza da Milano. Per uno come me, che sognava di andare all'Elefantentreffen, erano incoraggianti, mentre Dan'up avrebbe potuto tranquillamente dirmi che ero un pirla a voler fare una cosa simile con un tempo del genere. Invece non disse nulla. Sembrava che le previsioni del meteo non fossero una cosa che dovesse riguardarlo. Sicché caricammo le biciclette sulla mia bella Duna (Dan'up salì sulla mia Dun'ap) e partimmo. Caddero fiocchi radi per tutto il percorso, senza attecchire, finché non arrivammo a Bormio, dove nevicava sul serio e le strade erano imbiancate. A Bormio trovammo parcheggi pieni o divieti di sosta, per cui decidemmo di uscire dall'abitato e di mollare l'auto in un boschetto dalle parti di Premadio. Quindi arriva, posteggia, tira giù le bici, monta ruote e borse, chiudi l'auto e parti.

Io possedevo una Pro-Flex 853, biammortizzata ad elastomeri, alla cui scritta avevo tolto i dentini della E perché il mio soprannome era Müz Flix. Già allora c'era chi inorridiva al pensiero che avessi messo il portapacchi su una biammortizzata per questioni etiche, estetiche ed ingegneristiche. Ma, francamente, lo faccio da 30 anni e non ho ancora capito di che morte dovrei morire.

Invece Dan'up aveva una Specialized Stumpjumper del 1987 che oggi, storicamente, si può considerare una chicca, perché aveva il freno a U piazzato sotto ai foderi orizzontali, innovazione destinata a sparire senza lasciare traccia. La strada era innevata, le auto si bloccavano, la gente si sdraiava per mettere le catene. Le mountain-bike, come risaputo, sulla neve hanno una trazione fantastica, così pur arrancando in salita superammo parecchie auto in crisi. La salita del Foscagno, o meglio, la traversata fino a Livigno non è la più memorabile dal punto di vista paesaggistico per una serie di motivi. Da Bormio (1.225 m) fino ad Arnoga (1.900 m) si ha un andamento più o meno rettilineo, in costa, nel bosco. Di notevole c'è lo spettacolo della Cima Piazzi (3.439 m), alla sinistra se state pedalando in salita.

Avendo perso le foto della Cima Piazzi, non ho altra alternativa che mostrarvi l'acqua Levissima, che imbottigliano proprio in quella zona e la cui etichetta riporta proprio lei, la Piazzi.

Arnoga si può definire come un tornante con un albergo dentro. 

E che albergo! Una bella casa antica, quasi a 2.000 m di quota, con un personale gentilissimo e grosse camere che scricchiolano perché sono di legno. Ideale per una sosta, infatti nella foto sopra siamo nel 2014 e ci stiamo fermando per fare la nanna. Oltre Arnoga, come tutte le strade oltre i duemila metri il paesaggio inizierebbe a farsi selvaggio e intrigante se non fosse che ci sono lunghi tratti dentro tunnel paravalanghe. Per cui, la cosa si fa fantastica praticamente arrivati su, al Foscagno. Una volta scollinato, c'è la stranezza della conca che si trova tra il passo Foscagno e il Passo Eira. Che ha di strano? Che c'è dentro un paese che non sarebbe bizzarro soltanto per il nome - Trepalle - ma per come è fatto. Casette non particolarmente leziose sparpagliate per tutta la lunghezza della salita all'Eira, tra le quote 2.020 e 2.208 m. Un tempo era il Comune più alto d'Italia, ma poi ha perso lo status di Comune.

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Non ha un aspetto bizzarro, per essere un paese? Ѐ il più freddo d'Italia: i suoi record sono gli zero gradi in agosto e i -41 °C (meno quarantuno) del febbraio 1956. Intendiamoci, parliamo di record di freddo relativamente ai paesi: in Italia si trova di peggio, come la Busa Nord di Fradusta (TN) dove, nel febbraio del 2013, si sono sfiorati i cinquanta gradi sotto lo zero.

Una delle pochissime foto che sono riuscito a trovare di quella lontana gita: la mia bici, Dan'up vestito da pinguino e una fontana infreddolita tra il Mottolino e il paese.

Per arrivare da Milano a Bormio con l'auto ci mettemmo un sacco. Per montare le bici e i bagagli pure. Dan'up non era allenato, aveva la bici carica e il fondo era innevato, di conseguenza eravamo leggermente più lenti di Mathieu van der Poel ad Anversa. Ma Dan'up era comunque un ventenne che faceva scialpinismo, per cui aveva un ritmo costante e non si stancava. Inoltre, già prima di arrivare sul Foscagno aveva smesso di nevicare di colpo ed era pure uscito il sole. Morale, arrivammo a Livigno nel primo pomeriggio e ci rendemmo conto che non sapevamo come tirare fino a mezzanotte: dovevamo festeggiare il Capodanno, no?

Come prima cosa andammo a cercare un posto dove montare la tenda e lo identificammo in un prato ai margini settentrionali della piana. Ma non volevamo tirare su la nostra casetta di tela con la luce, in questi casi si cerca sempre di non dare nell'occhio. Per cui pensammo bene di andare a vedere il lago artificiale di Livigno, pedalando sulle tracce delle motoslitte.

Le motoslitte costeggiavano il lago o ci salivano sopra? Sembrava bello ghiacciato. 

Così decisi di andare sul lago anche io. Si noti l'assenza di casco, considerato abbastanza inutile nei primi anni 90.

I casi sono due: o le motoslitte pesano di più ma distribuiscono il peso sui pattini e non su due punti come le biciclette, oppure io ho avuto sfiga, perché il ghiaccio s'è rotto e sono finito in acqua con entrambi i piedi. L'acqua era bassa, io ero fradicio soltanto dal ginocchio in giù. Ma eravamo in un posto famoso per le sue mostruose temperature minime notturne. Se anche non avesse fatto -41°, non era comunque il caso di andare in giro con scarpe e calze bagnate. Così andammo in un bar, dove io tentai di asciugarmi. E fu lì che ci rendemmo conto che qualcosa non andava. Io e Dan'up non avevamo molte cose da dirci. Ci conoscevamo troppo poco e ciascuno vedeva, nell'altro, il ripiego per essere stato mollato dalla donna. Un disastro. In quel bar passammo svariate ore di disagio, passando da una merenda tardiva a una cena precoce perché i tipi volevano chiudere presto, per andare al loro veglione di Capodanno.

In pratica, alle 20 eravamo già dentro la tenda. Per essere Livigno non faceva freddissimo - la minima fu di meno otto - ma era comunque troppo freddo per stare fuori a non fare niente. In tenda la situazione di noia e imbarazzo era ancora peggiore. In più Dan'up mollava delle puzze mostruose, con naturalezza, non per fare ridere, ma perché era fatto così. Il che mi rendeva ancora più penosa la nostalgia verso la ex fidanzata, che in quel momento si stava divertendo con i miei amici, compreso mio fratello. Terribile. L'unica cosa da fare era cercare di addormentarsi il più in fretta possibile, fanculizzando la mezzanotte e i festeggiamenti per l'anno nuovo e questo cercai di fare, ma non sapevamo che avevamo piantato la tenda nel punto in cui mezzo paese intendeva sparare i botti. Noi, che non volevamo dare nell'occhio, a partire dalle 23.30 ci trovammo nell'occhio del ciclone della gente ubriaca che faceva esplodere petardi e lanciava nel cosmo fuochi d'artificio che neanche a Napoli. C'erano pure i ragazzini con le miccette!

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Ma la tenda non prese fuoco. Alle due di notte era già finito tutto. Potevamo dormire.

Il mattino dopo smontammo la tenda in fretta, montammo in sella e ripartimmo per tornare alla mia Fiat Duna. C'era il sole, la strada era pulita, il dislivello da fare in salita era inferiore, morale: all'ora di pranzo eravamo all'auto. E lo spettacolo che ci aspettava era questo. La povera station wagon, come se non le fosse bastato già il pubblico ludibrio, giaceva sulla neve appoggiandosi direttamente sui dischi dei freni, dai quali partivano crepe sul ghiaccio. Qualche figlio di bodanaja aveva pensato bene di passare la notte di Capodanno zanzandomi le ruote, tutte e quattro, senza neanche la gentilezza di lasciarmi l'auto sui mattoni. Anche perché nei boschi non ci sono, i mattoni. Non riuscivo a crederci. Volevo soltanto andare a casa, mi ero fatto il film che la mia ex avesse trovato insopportabile fare il Capodanno senza di me e non vedesse l'ora di tornare a Canossa. Che fare? Andammo in un bar, chiedemmo al barista se conosceva un gommista che, all'ora di pranzo di Capodanno, avesse voglia di venire a rompersi le palle nel bosco con noi. Il barista disse: "Ѐ impossibile che vi abbiano rubato le ruote, perché qua nessuno ruba niente a nessuno. Di sicuro vi hanno fatto uno scherzo. Avete provato a cercare le ruote nel bosco?". Lo guardammo come se fosse un pazzo da legare però, poi, lui ci disse che sì, conosceva un gommista che, probabilmente, ci avrebbe dato una mano. Ed era vero! Si presentò un brav'uomo, che interruppe il pranzo in famiglia per aiutarci. Come arrivò, disse: "Ѐ impossibile che vi abbiano rubato le ruote, perché qua nessuno ruba niente a nessuno. Di sicuro vi hanno fatto uno scherzo. Avete provato a cercare le ruote nel bosco?". Possibile? Anche lui? Andammo nel luogo del misfatto, noi in bicicletta, lui con un pick-up. Per un'ora buona si mise a cercare le ruote nel bosco. Ma davvero, al Mondo, esiste un deficiente che si mette a staccare le ruote alle auto per il puro gusto di lanciarle in un bosco? Rassegnato all'evidenza, il gommista andò in officina, prese quattro ruote usate tutte di misure diverse - c'era poco da fare i raffinati - le montò sulla mia Duna e così fummo in grado di tornare a casa, anche se l'auto andava dove voleva lei. Prima, però, passammo a sporgere denuncia dai Carabinieri di Bormio, che si incazzarono da bestia: "Ѐ impossibile che vi abbiano rubato le ruote, perché qua nessuno ruba niente a nessuno. Tanto più che avete una Duna! Per cui ci state raccontando una palla. Avanti, confessate!"... Alla fine, io quelle vacanze natalizie del 1994 me le ricordo come un incubo. Tanto più che mio fratello mi disse che la mia ex aveva passato un bellissimo Capodanno, senza nostalgie.

Quindi... perché vi sto propinando questo racconto in quello che dovrebbe essere il giorno più sereno dell'anno?

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