di Filippo Cauz - 12 ottobre 2015

Red Hook Milano: una festa ad alta velocità

Riviviamo la criterium milanese attraverso un racconto per immagini. Una festa che ha coinvolto un grande pubblico e atleti provenienti da tutto il mondo

Red hook milano: una festa ad alta velocità

 

Si dice spesso che il ciclismo ha una fortuna particolare, che lo rende diverso da tutti gli altri sport, ed è la capacità di rendere protagonista anche il paesaggio circostante. Il bello delle alte montagne, delle campagne in fiore e delle strade che lambiscono le onde del mare, è il bello stesso del ciclismo. Ma quando le corse avvengono nelle grandi città, specie nelle periferie più desolate, il discorso è necessariamente diverso: perchè nelle metropoli il ciclismo non si avvale del paesaggio circostante, ma è la corsa stessa a cambiarlo.


 

La Red Hook è una criterium in circuito cittadino riservata alle bici da pista, una corsa velocissima per funamboli nata a Brooklyn nel 2008 per festeggiare il compleanno del suo fondatore (David Trimble) e cresciuta a grande ritmo sino a diventare una grande kermesse internazionale. La sua prima sponda all'estero l'ha trovata in Italia, a Milano, dove la Red Hook si disputa dal 2010, e come per la prova originaria è nata da poche decine di ciclisti e qualche amico tra il pubblico per arrivare ad una giornata di eliminatorie con duemila spettatori assiepati a bordo strada.

 

 

Milano, nel circuito internazionale della Red Hook, è l'unica città che ospita l'intero tracciato di gara su strade che normalmente sono aperte al traffico. Ed è questo particolare più di ogni altro che mostra come il ciclismo in ambito metropolitano sia in grado di ridefinire il paesaggio intorno a sé, facendolo diventare anche qui un protagonista. Laddove normalmente ci sono desolati rondò, qui c'è il temibile "uncino" in cui i corridori si buttano rischiando (e talvolta provocando) rovinose cadute. Dove ogni giorno c'è soltanto un parcheggio, qui c'è una festa. Laddove c'è un muretto, qui c'è una tribuna. Dove siamo abituati a normali strade, questa volta di fatto c'è un velodromo a cielo aperto.




 

La Red Hook trasforma per una giornata quest'angolo remoto di città, e lo fa innanzitutto coinvolgendo il pubblico che troppo spesso al ciclismo manca. Un pubblico caldo di urla e scampanellii, che copre tutte le generazioni, dai bambini estasiati dalla velocità alle signore affacciate alle finestre. Un segnale che la stessa organizzazione di corsa ha voluto rilanciare, lasciando che ad aprire il gruppo prima della finale ci fossero un inossidabile vecchio del nostro ciclismo come Luciano Berruti (Museo della bicicletta di Cosseria) e un emozionato ragazzino di sette anni, orgoglioso di mettere le sue ruote in mezzo a quelle dei pazzi che di lì a poco si sarebbero lanciati a 45 km/h.




 

Sono quei fatti strani che accadono solo in occasioni altrettanto strane, come alla Red Hook, dove i corridori sono pressochè sconosciuti al pubblico, mentre i ciclisti famosi come Pippo Pozzato sono immersi tra la folla sul marciapiede ad ammirare incuriositi questi ragazzi e ragazze tatuati che si scaldano sui rulli. Una corsa anomala, aperta alle bizzarrie di una gara giovane, dove è normale sfuggire alle tradizioni del ciclismo. Ed è normale, quindi, che alla Red Hook Milano succedano cose strane.


 

Può succedere persino che vinca un fuggitivo, un evento più unico che raro per una corsa velocissima come questa. Colin Strickland (Aventon Factory Team), geologo texano dalle gambe possenti, scolpite più dal ciclocross che dall'attività su pista, è partito all'attacco tutto solo quando mancavano ancora diversi giri al traguardo. Sembrava il tipico scatto del fagiano, che nel caso di Colin era forse più nello stile imparato dalle galline che alleva nella sua fattoria vicino ad Austin: prima 3, poi 5, poi 20, poi 50, poi 200 metri. Il vantaggio di Strickland è cresciuto giro dopo giro, pedalata dopo pedalata, nonostante il gruppo alle sue spalle spingesse a ritmo indiavolato. Solo nell'ultima tornata, quando gli inseguitori hanno dato il tutto per tutto e l'acido lattico ha iniziato a bloccargli ogni muscolo, Colin ha perso qualche decina di metri. Poco male, gli restava tutto lo spazio necessario per controllare il distacco ed esultare, come un vero vincitore in fuga.




 

È strano che vinca un texano in fuga, ed è strano che alle sua spalle, con uno sprint possente che gli ha assicurato anche il trionfo nella classifica finale della challenge, arrivi uno che nel suo passaggio tra i professionisti correva in squadra con lo scalatore per eccellenza. Ivan Ravaioli oggi ha 35 anni e si esalta in queste prove a tutta velocità, ma 12 anni fa si schierava al via del Giro d'Italia addirittura nell'ultima Mercatone Uno di Marco Pantani. Dopo tre sfortunate stagioni tra i professionisti, povere di corse disputate su cui spicca comunque una Milano-Sanremo, Ravaioli (secondo su questo traguardo già 12 mesi fa) ha trovato posto in una piccola squadra sponsorizzata da un birrificio artigianale veneto ed è tornato a divertirsi in sella nel circuito delle criterium. E oltre a divertirsi vince pure. Quest'anno ha vinto la prima tappa a Brooklyn e la terza a Barcelona, risultati al cui confronto il quarto posto nella seconda (a Londra) sembra un fallimento.
Una vecchia conoscenza del ciclismo italiano come il terzo classificato, Daniele Callegarin, vincitore del GP Larciano nel 2009 ed emigrato in America per terminare la sua carriera. Dove si è trovato a convivere anche con il lato più doloroso del ciclismo, quando una spaventosa caduta al Giro del Colorado lo spedì in ospedale con denti rotti e ossa fratturate. Tutto questo non deve avergli fatto venire paura della velocità, evidentemente, tanto che è ancora qui, nella "gara dei pazzi" a buttarsi e testa bassa nelle curve ad uncino e sprintare a 60 km/h e salire sul podio in quella che per lui, originario di Bienate (provincia ovest di Milano) è la corsa di casa.




 

Di cose strane, correndo la Red Hook, ne sono sempre successe d'altronde. Nella sua prima edizione, nel 2008, corsa da un gruppo misto, fu una donna (Kacey Manderfield) a bruciare allo sprint tutti i colleghi maschi. Sin dall'origine infatti la Red Hook concede spazio a uomini e donne: è una corsa basata sulla follia, e la follia non ha genere.
La prova femminile di quest'anno è andata alla spagnola Ainara Elbusto, dominatrice assoluta della corsa: miglior tempo in qualificazione, vincitrice del traguardo volante al termine del primo giro e dominatrice dello sprint conclusivo, nonchè della classifica finale della challenge. Di mezzo, il traguardo volante di metà gara va Jo Smith, che nella vita di tutti i giorni fa la maestra elementare, ma che quando ripone i libri sale sulla sua bici da pista e si allena con la stessa dedizione che chiede ai suoi giovanissimi allievi.




 

C'è un altro elemento che rende speciale la Red Hook, ed è l'assoluta permeabilità tra corridori e pubblico. La corsa definisce uno spazio urbano e sociale in cui le barriere servono solo per la sicurezza della prova, ma decadono appena questa si conclude. Al termine della finale infatti, dopo una giornata di corse iniziata con un sole abbagliante e conclusa sotto la luce dei riflettori, tutti i partecipanti si ritrovano a festeggiare: vincitori felici e sconfitti sorridenti, ritirati acciaccati e spettatori ubriachi. La Red Hook continua a espandersi come un circuito di corse, ma una parte stessa della corsa è la sua festa, la gioia del ciclismo che trasforma una città.

 

 

[Foto di Emanuele Barbaro; testo di Filippo Cauz]

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