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Everesting: la salita più tosta del Mondo nel libro di Silvia Grua

C'è qualcosa di più faticoso di una salita da quasi 9.000 m di dislivello? Certo: una grave malattia. Silvia l'ha superata applicando la stessa disciplina che osserva nelle sue scalate in bici. Nel libro "I colori della salita" il racconto della sua più importante sfida

Silvia a San Martino di Castrozza, sulle Dolomiti, mentre scende dal Passo Rolle. Sullo sfondo, coperta dalle nubi, la Cima Rosetta (2.743 m) delle Pale di San Martino. 

1. Reagire alle avversità

Questo libro non arriva alle cento pagine, ma dà spunto a discussioni su almeno tre argomenti: la lotta contro le avversità, il concetto di sport a seconda di chi lo pratica e l'Everesting, ovvero l'affrontare un percorso da 8.848 m di dislivello in salita nell'arco di 24 ore, senza fermarsi a fare la nanna. Lo ha scritto Silvia Grua, una ragazza del Canavese (terra piemontese sospesa tra Alpi, Pianura Padana e colline), classe 1975, che ama lo sport in maniera viscerale. Ha iniziato con la palestra, è passata alla corsa e, da questa, al ciclismo. Il passaggio dalla prima alla seconda specialità è avvenuto perché le piaceva stare all'aperto. Anche perché dalla corsa è passata alle lunghe escursioni sulle Alpi, abbinando alla pratica sportiva la goduria dell'ammirare i panorami. Mentre alla bicicletta è approdata perché, a furia di correre, s'era rovinata le ginocchia. Stranamente, nonostante il suo amore per la montagna e la natura, s'è data al puro ciclismo su strada, senza divagazioni con le mountain-bike o le gravel. Fin qui tutto bene: è una ragazza che sa quello che vuole, ricerca grandi emozioni e riesce a soddisfarle. Il problema è che tra lei e tali appagamenti s'è messa in mezzo la salute. Ha iniziato nel 2009 con un tumore al seno poi, nello stesso anno, ha dovuto assistere il padre colpito da aneurisma celebrale. Sembrava essere guarita dal cancro, invece è tornato, nel 2010. Questo ha comportato non solo mesi passati dentro e fuori l'ospedale, con la bellezza di 10 interventi chirurgici, più altri due alla vena safena della gamba destra, ma anche devastanti destabilizzazioni psicologiche, specie quando il tumore s'è ripresentato. Perché un conto è lottare quando ti succede la prima volta: ci credi, hai delle speranze, affronti cure e sacrifici sapendo che ne vale la pena.

I COLORI DELLA SALITA lo ha scritto Silvia Grua ed è stato pubblicato nel 2022 da Capovolte. 92 pagine, 14 euro. Le vendite sostengono l'associazione Samco Odv per le cure palliative.

Ma se quel mostro ritorna tale e quale a prima, è facile sentirsi sprofondare la terra sotto ai piedi e decidere di gettare la spugna. Silvia non l'ha fatto. Ha ricominciato tutto da capo: le stesse cure, le stesse operazioni e ne è guarita una seconda volta. Poi, quando era riuscita a tornare ad un'eccellente forma fisica, è caduta in bicicletta, fratturandosi il cranio e finendo in ospedale per un lungo mese. Un altro, uno dei tanti mesi passati a curarsi... E ne è uscita. L'Everesting, per lei, è stato una sorta di tesi di laurea della resistenza psicologica alle avversità. Le traversate a piedi e a pedali sono il suo modo di reagire: attività che la appagano in pieno e che le danno la forza per andare avanti, per ispirare gli altri e, come ama dire di continuo, come in un mantra, mordere la vita.

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Nell'agosto del 2019, nonostante i dolori alle ginocchia, complice un amico fortemente ispiratore - Francesco - Silvia affronta un percorso che sognava di affrontare da anni, l'Alta Via Numero Due della Val d'Aosta. Nel libro viene dato ampio spazio a questo viaggio, è interessante.

2. Lo sport

Silvia ha dimostrato di avere un coraggio, una forza d'animo, una tenacia e una voglia di vivere che si riflettono nel suo modo di intendere lo sport. Lo sapete, non siamo tutti uguali e la molla che ci spinge a fare attività fisica arriva da pulsioni diverse. C'è chi ha uno spirito competitivo, per cui nello sport vede una strada per soddisfare il proprio istinto. Altri lo fanno soltanto perché vogliono avere un fisico sano. C'è chi ama sottoporsi ad allenamenti metodici, regolari, costanti perché è alla ricerca di una disciplina da seguire e rispettare, per il proprio benessere mentale. All'opposto ci sono coloro che fanno sport perché sono alla ricerca di cose emozionanti da fare: può essere voglia di avventura o di divertimento, la ricerca di sensazioni adrenaliniche... Per cui magari non hanno alcuna voglia di allenarsi, ma di fatto sono comunque sportivi. Silvia è un po' un mix di tutto questo, ma la questione dell'allenamento metodico e costante è molto radicata in lei. Quando andava in palestra lo faceva sei giorni alla settimana e aveva un fisico praticamente da body-builder. Passando alla corsa e alla bicicletta ci ha messo lo stesso accanimento, come le uscite alle sei del mattino, ogni giorno, prima di andare al lavoro. A questi livelli si può quasi chiamare ossessione, ma in senso buono, perché comporta l'attitudine a sopportare fatiche prolungate e sempre uguali da ripetere tutti i giorni, in vista di qualche impresa o solo per la voglia di avere un fisico in perfetta forma. Una mentalità simile può veramente aiutare ad affrontare malattie gravi, con lo stato d'animo di chi lotta per ottenere uno scopo: la guarigione, il ritorno allo sport, la voglia di essere un esempio per gli altri. "Se lei ce la fa, posso provarci anche io". Per questo, nel 2011, ha organizzato la corsa a piedi "Corri con Silvia". Questa sua attitudine si vede anche nello stile con cui scrive, perché ripete all'infinito parole come "sogni", "vita", "felicità", "colori", "sorriso", "rinascita", "magia". Parecchie volte, poi, fa il parallelo tra un momento epico che sta vivendo (a piedi o in bicicletta, quasi sempre in montagna) e il ricordo dei corridoi degli ospedali, con le flebo attaccate al braccio e i tubicini rosso sangue (il suo sangue).

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Di solito Silvia pedala con le Liv di Giant.

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La favolosa salita al Colle del Nivolet non è solo la più bella del Canavese, ma forse di tutto l'arco alpino. Silvia qui gioca in casa, la conosce come le sue tasche.

3. L'Everesting

Il terzo motivo che rende interessante questo libro è che si tratta del resoconto di un Everesting, nello specifico l'EVERSTINGDISILVIA. Come tutti sanno, l'Everest è stato scalato, per la prima volta, da Edmund Hillary e Tenzing Norgay nel 1953. Esistono però grandi dubbi che ci fossero già riusciti George Mallory e Andrew Irvine, nel 1924. I due furono avvistati molto vicini alla vetta, poi sparirono. Nel 1999 è stato ritrovato il corpo di Mallory. Cinque anni prima di tale ritrovamento, suo nipote, chiamato anche lui George Mallory, decise di affrontare una serie di ripetute della stessa salita fino ad arrivare a un dislivello totale di 8.848 m. Poiché viveva in Australia, la sua scelta è caduta sul Mount Donna Bouang, che è alto 1.245 m sul mare e si erge sopra una pianura alta meno di 200. George l'ha scalato per dieci volte di fila e questa sua impresa ha ispirato altre persone finché sempre in Australia, a Melbourne, un certo Andy van Bergen ha fondato un gruppo di ciclisti dediti a questo nuovo genere di scalata, chiamata Everesting: il gruppo si chiama Hells 500 (https://hells500.com/). Come funziona questa cosa? Lo puoi scoprire nel sito, creato dallo stesso van Bergen. Puoi scegliere qualsiasi salita tu voglia, ma dev'essere una sola. Devi salire e scendere sempre dallo stesso versante e sulla stessa strada e devi metterci meno di 24 ore. Se ce la fai e riesci pure a dimostrarlo, entri nel ristretto club della Hall of Fame e puoi indossare la prestigiosa maglietta a strisce grigie dei pochi che ce l'hanno fatta (a essere sincero: se la cerco in rete, non la trovo. Ma ce ne sono altre con le scritte Everesting, bellissime, che potrei ordinare, pagandole salate, senza avere fatto quegli 8.848 m... Potrei sembrare un figo!).

Nella Hall of Fame ci sono quasi 27.000 persone, perché viene inserito anche chi ci ha provato senza riuscirci. La qualità della sua impresa viene poi certificata con i simboli che vedete a sinistra. Come si vede, l'australiano Ryan Petrie ha sforato il muro delle 24 ore, ma ha più che raddoppiato il dislivello richiesto...

C'è anche chi ha effettuato più Everesting, come l'inglese Sir Guy Litespeed, che se n'è sparati almeno undici.

Questa cosa che la salita dev'essere una sola è tremenda, perché alla fatica fisica si aggiunge quella psicologica della noia. Paradossalmente, si potrebbe fare un Everesting anche con la rampa del garage. Se questa avesse un dislivello di tre metri, basterebbero meno di 3.000 rampe per portare a termine l'impresa. Se però si potessero fare salite diverse, almeno si appagherebbe il lato curioso dell'esploratore e la cosa sarebbe leggermente meno mostruosa. Esempio: si potrebbe partire da Prato allo Stelvio e fare Passo Stelvio, Bormio, Passo Foscagno, Passo Eira, Livigno, Forcola, Tirano, Mazzo, Passo del Mortirolo, Trivigno, Passo dell'Aprica, Edolo, Ponte di Legno, Passo Gavia, Bormio, Passo Stelvio, Prato allo Stelvio. Totale, 323 km e 9.253 m di dislivello. Ma non si può. Dovendo scegliere una sola salita, bisogna studiarla bene. Se è molto ripida devi farne di meno, ma ti massacri. Se è poco ripida devi fare tantissimi km per arrivare in fondo. In medio stat virtus.
Altra questione: farne una corta da ripetere tantissime volte o una lunga? Per un Agnello da Piasco (CN), per esempio, basterebbero quattro salite... Quella corta presenta tre vantaggi non da poco: 1) non raggiunge quote elevate, per cui soffri meno la rarefazione dell'aria, il freddo, il maltempo e gli sbalzi termici; 2) permette di avere un campo base raggiungibile con maggiore frequenza; 3) consente a chiunque lo voglia (amico, simpatizzante) di aggregarsi con la sua bicicletta e farti compagnia, anche per una sola salita, visto che tanto è corta. Per una come Silvia, abituata a ripetere gli allenamenti, non era un problema il dover fare una salita più volte, per cui ha scelto di farne una corta, poco ripida, con pendenza costante e vicina a casa sua, quella della Broglina, che sale sulla Serra d'Ivrea. 7 km e 340 m di dislivello, andava quindi ripetuta almeno 26 volte. E lei lo ha fatto, il 4 settembre del 2021, partendo a mezzanotte, accompagnata da parecchi amici e affrontando sofferenze di ogni genere, considerato che stava per essere nuovamente operata alla vena safena (il dodicesimo intervento chirurgico) della gamba destra e che doveva pedalare col ghiaccio infilato dentro una calza per lenire il dolore.

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Foto che danno soddisfazione: Silvia durante una delle 27 scalate della Broglina. Come bicicletta ha utilizzato una Liv Avail da endurance, equipaggiata con fari anteriore e posteriore: è la stessa che usa per le sue scalate alpine.

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Anche lei compare, quindi, nella prestigiosa Hall of Fame del sito everesting.cc, con i simboli giusti, ovvero di coloro che hanno finito.

Nel libro Silvia racconta che rifare per 27 volte la stessa strada non l'ha stressata come temeva. Ogni volta, infatti, cambiavano diverse cose: la luce, l'atmosfera, i compagni, i pensieri, le sensazioni. Ha avuto una grossa crisi verso i seimila metri di dislivello, ovvero a due terzi della fatica (a detta di Sir Guy Litespeed, è normale che succeda proprio a quel punto), con la gamba destra che faceva un male terribile e s'è fermata per una lunga pausa in cui ha mangiato, s'è ripresa un po' dalla fatica e ha parlato con due ragazze, anche loro malate di cancro. Le hanno detto che quello che stava facendo le aveva ispirate a reagire e a combattere la malattia. Ed è stato reciproco, perché a quel punto Silvia ha trovato la motivazione per affrontare il terzo di fatica che ancora le restava.

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