Cappadocia: un paradiso di pietra a misura di gravel

In Anatolia con Nico Valsesia alla ricerca di sentieri nascosti tra le infinite asperità naturali della Cappadocia. Un territorio ideale da affrontare in sella a una bici gravel

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Larghe piste sterrate s’incuneano nel dedalo di sentierini che si perdono tra le conformazioni rocciose della Cappadocia. L’avventura può iniziare…

Classiche strade bianche spolverate da una brezza leggera, attraversano serpeggianti una regione semi arida incastonata nel bel mezzo della Turchia. Vie deserte che talvolta incrociano strade asfaltate e altre volte sfociano in labirinti di roccia apparentemente friabile ma che da millenni resiste e si modella sotto l’azione corrosiva degli agenti atmosferici. Siamo in Cappadocia, forse la regione più conosciuta dell’intera Anatolia, la penisola dove sorge la Turchia. Abitata fin dalla notte dei tempi, quando gli uomini primitivi si scavarono i loro ripari all’interno delle grosse rocce appuntite che caratterizzano la zona, quest’area donò anche riparo ai primi Cristiani perseguitati, fu quindi terra di conquista e di scambi commerciali tra oriente e occidente. Oggi è una bella realtà turistica che prova a rialzare la testa dopo un periodo nero dovuto alla pandemia. Nico Valsesia, ciclista d’endurance che normalmente preferisce le strade a lungo scorrimento, asfaltate se con bici da strada e sterrate se in groppa ad una gravel, qui si diverte a cercare i sentieri nascosti tra le infinite asperità naturali. Piccoli camminamenti creati un po’ dal passaggio dei tanti turisti che hanno affollato l’area in passato, e un po’ dagli elementi naturali. Viuzze sdrucciolevoli dove far presa con le ruote tassellate della sua gravel, cambi di pendenza dove gli stessi tasselli si liberano in volo per un piccolo istante, per poi ritornare a terra e continuare a raspare sull’arido suolo.

 La potente azione di Nico in uno spettacolare tratto di salita.

Giochi d’ombre

La giornata soleggiata ma non calda, che consiglia ancora una manica lunga, crea giochi d’ombre che si rincorrono dietro ad ogni roccia. Piccoli canyon irregolari sono talvolta uniti fra di loro da passaggi teoricamente impossibili per un ciclista. Attraversamenti tecnici che con la bici giusta e un po’ di destrezza, diventano le brecce dove la sagoma scura di Nico scompare. Buchi d’ombra che lo risputano fuori sul versante opposto, nuovamente colorato dai raggi del sole. Ogni tanto anche le buone intenzioni di un ciclista del suo calibro, si fermano di fronte all’impossibilità assoluta di pedalare, allora il rituale dell’atleta che fu già ciclocrossista, si ripete come il ritornello di una canzone. Un balzo a scendere dalla sella e un paio di mosse automatizzate nel tempo a caricare la bici sulle spalle. Qualche passo d’assetto e altri ad oltrepassare l’ostacolo o a raggiungere alture all’apparenza inespugnabili. Piazzole sopraelevate su cui appoggiare nuovamente le gomme a terra e rimontare in sella per tuffarsi in discese sconosciute. Pendii ripidi, quasi sempre imbrigliati tra alte rocce, talvolta visibilmente sdrucciolevoli, in cui indirizzare la ruota anteriore per un’improvvisata linea ottimale, per poi correggere ulteriormente la direzione del mezzo facendo derapare la gomma posteriore. Un colpo di pedale e via, a saettare tra altri cumuli sedimentari di una terra che sembra aggrovigliata su se stessa. Un gioco continuo ed infinito, interrotto solo, di tanto in tanto, per guardarsi intorno, cercare nuove vie e permettere agli occhi di godere di cotanta bellezza. Pause che Nico utilizza anche per idratarsi e per fare un check veloce all’intero mezzo, messo a dura prova su un terreno ostile e una guida grintosa.

Silenzio assoluto

Ma il gioco è troppo bello e il tempo a disposizione troppo poco per sprecarlo a stare fermi, specie per uno come lui che da anni dimostra la sua resistenza alla fatica. Nico, infatti, oltre alle 5 RAAM (Race Across America, la coast to coast americana di 4.800 km in tappa unica) terminate, e le varie Divide (gare di gravel da 1.600 km e 25.000 metri di dislivello positivo, in tappa unica e in autosufficienza) concluse, ha anche all’attivo diverse altre avventure in cui alle stesse incredibili distanze pedalate, ha aggiunto importanti scalate alpinistiche concatenate nell’esercizio. In una situazione turistica innaturale, dove di visitatori ce ne sono ancora pochi e comunque nessuno nella zona prescelta da Nico per il suo girovagare, il silenzio è assoluto. Nulla si muove, se non il gesto veloce del ciclista e quello decisamente più lento, quasi impercettibile, delle ombre che si allungano sulla terra. Il sole sta terminando il suo ciclo giornaliero e in lontananza, una luna gibbosa quasi piena sale dietro i coni rocciosi più alti che si stagliano in cielo. Con un ultimo guizzo Nico scompare nuovamente alla vista, sembrerebbe intenzionato ad un’ultima pedalata nei piccoli canyon di levante, ora scuri più che mai, ma all’improvviso la sua sagoma riappare trasversale sulla cima di un’asperità che si erge tra noi e la luna. Il consueto lesto gesto del ciclocrossista a scendere di sella, e la bici che al posto di essere messa in spalla viene alzata al cielo come gesto ultimo di una giornata fantastica. Un saluto alla terra che lo ha ospitato, un saluto al cielo che lo ha assistito nelle sue peripezie, un saluto al sole che sta andando a dormire, mentre dietro alle sue spalle, il disco argentato di luce riflessa, sale in orbita per impadronirsi della notte.

Un camminamento particolarmente sdrucciolevole e ripido evidenzia le ottime capacità di guida di Nico.

Ultraman Nico

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Nico Valsesia, 52 anni di Borgomanero (NO), dove vive e lavora nel negozio di famiglia, Adventure Bike, che gestisce col fratello Dario, è anche un maestro di sci, ma la sua vera passione sono le sfide estreme. Oltre alle cinque RAAM (la massacrante gara di bici non stop che in 4.800 km fa il cost to coast statunitense) in cui è arrivato una volta secondo e una terzo e alle altre tante gare di bici e gravel estreme fatte, ha ideato e realizzato una serie di concatenamenti, bici+corsa a piedi, che dallo zero del livello del mare lo ha portato alla sommità di alcune delle più alte montagne del globo. Tra queste ricordiamo il “From 0 to Kilimanjaro” con oltre 400 km di bici sulle pericolosissime strade africane e il raggiungimento della vetta a quota 5.895 m, e il “From 0 to Aconcagua” con 220 km di bici dalle coste del Cile fino all’ingresso del parco sito a quota 2.950 m, poi in versione trail runner fino alla sommità del monte argentino, il più alto delle Americhe, che misura 6.962 metri.

Negli ultimi anni ha partecipato anche ad alcune Divide, gare di ciclismo off-road di lunga distanza da correre su biciclette gravel e in assoluta autosufficienza, tra cui l’Atlas Mountain Race, in Marocco, di 1.200 km e 24 mila metri di dislivello e l’Italy Divide, che ha vinto nel 2018, con distanze e dislivelli simili.

Visioni tipiche della Cappadocia: pinnacoli di roccia e mongolfiere.

L’atto finale con tanto di luna piena a incorniciare la magnifica giornata.

 

 

Cappadocia

Molte volte le avventure iniziano leggendo un articolo, allora i più romantici prendono un mappamondo, mentre i più tecnologici digitano sulla tastiera e in un attimo si è, almeno con la testa, là dove è stato fatto il servizio. Nello specifico della Cappadocia, regione molto turistica della Turchia centrale, è facile arrivarci con un volo internazionale su Istanbul e quindi proseguendo con voli interni su Kayseri o Nevsehir. Si noleggia un’auto e si usufruisce delle tante differenti tipologie di alloggio presenti nella zona. Poi l’avventura vera e propria, quella da pedalare in solitaria o in compagnia di qualche amico, bisogna un po’ andarsela a cercare inoltrandosi ad intuito nella svariata morfologia del terreno. Un’area geologicamente bella e interessante, predisposta per esser visitata anche in bicicletta.

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