Itinerario nella Bassa Cremasca, a caccia di location del film "Chiamami col tuo nome"

Una delle zone dove la Pianura Padana si esprime ai suoi massimi livelli di bellezza è la campagna intorno a Crema. Il film di Luca Guadagnino, "Chiamami col tuo nome", la celebra: fra rogge, fontanili e piccoli borghi, la Bassa è diventata meta di pellegrinaggio per i turisti a caccia di location e di giornalisti curiosi (come noi).

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Immagine iconica del film: Oliver ed Elio in bicicletta sulle sterrate della campagna cremasca. Qui siamo a Capralba e precisamente sulla strada bianca che conduce al Fontanile Quarantina, il luogo che Elio ha scelto per leggere libri. Fa parte di un Parco istituito nel 2003 per salvaguardare le risorgive, la flora e la fauna di questi ambienti e anche i manufatti storici come i ponti, le cascine, i mulini, le strutture idrauliche della zona.

Noi italiani siamo fatti così: abbiamo bisogno che gli altri ci dicano che siamo belli e bravi per crederci. Abbiamo bisogno che un film italiano sì, ma dalla produzione (e dalla consacrazione) internazionale, ci racconti che l’Italia è un’opera d’arte, che lo è in maniera speciale in estate e lo è anche quando si parla non di mete iconiche, come il Chiantishire o il Trullishire, ma della Bassa Padana. Insomma, abbiamo bisogno di un film-evento come “Chiamami col tuo nome”, ultimo capitolo della trilogia sul desiderio di Luca Guadagnino (insieme a “Io sono l’amore” e “Big Splash”), ambientato, in maniera un po’ spiazzante, a Crema e dintorni. Qui vive il regista le poche volte che è in Italia e non a Palermo dove è nato o a Roma, capitale dell’industria del Cinema nazionale. La sua “assenza” o presenza decentrata in patria, ammette, non è stata una scelta: i fondi per le sue pellicole li trova all’estero, come anche i riconoscimenti. Non è un caso quindi che “Chiamami col tuo nome” sia stato prima distribuito negli Stati Uniti e in Inghilterra e poi sia approdato nel nostro Paese. Anche la natura estetizzante del film del resto, che indugia molto sull’arte classica e la bellezza in generale, è stata pensata per soddisfare soprattutto gli stranieri che, dopo la benedizione dell’Academy (Oscar per la miglior sceneggiatura non originale, scritta da James Ivory adattando il bellissimo romanzo di André Aciman), sono accorsi numerosi in questa porzione di Pianura Padana compresa fra l’Adda e il Serio. A loro, e anche a tanti di noi, il film ha regalato un’altra Italia da amare.

Visioni assolate

Prima di parlare della trama e dei luoghi del film, ci preme dire che la sua forza sta nella sua capacità di raccontare con una sensibilità che ricorda molto Bertolucci (uno dei padri spirituali di Guadagnino) e col supporto della fotografia abbacinante e vintage del thailandese Sayombhu Mukdeeprom (che ritrae città e strade vuote, immobili e assolate) un’estate italiana negli anni Ottanta, in un modo tale che tocca le corde di qualunque quarantenne che rimpianga la propria adolescenza. Tra gli intenti della produzione c’era quello di “scaldare il pubblico come un raggio di sole”, e così è. Ricordate la disperazione di Nanni Moretti quando grida “I pomeriggi di maggio non torneranno più?”. Questo film fa tornare alla memoria, con prepotenza, quei caldissimi, languidi e fuggevoli pomeriggi estivi in cui, dopo pranzo, si era intontiti dal cibo, dall’afa e dalla goduriosa consapevolezza che i compiti potevano aspettare. Si faceva flanella in casa in attesa dell’incontro con gli amici. C’era l'aspettattiva per qualche evento, tipo conoscere un nuovo amore o semplicemente divertirsi. Quelle serate con le cicale che friniscono.

La trama

Questo è il quadro in cui si svolge la trama del film, che racconta la scoperta del desiderio del protagonista Elio Perlman (Timothee Chalamet), un diciassettenne che, insieme alla famiglia, passa tutte le estati in una grande villa del XVII° secolo, a Moscazzano (nel film si intuisce che è un bel posto, ma in realtà lo è ancora di più) trascorrendo il suo tempo a trascrivere e suonare musica classica, leggendo e flirtando con l’amica Marzia. Il papà è un professore di archeologia, la madre una traduttrice; sono ricchi e colti ebrei americani che, ogni anno, ospitano un ricercatore universitario che deve perfezionare la sua tesi di dottorato. Nell’estate del 1983, in cui tutto il film è ambientato, il ricercatore è un bel biondo di 25 anni (Armie Hammer), che scombussola la vita di Elio. Il film narra la storia d’amore fra questi due ragazzi, anzi dell’amore come ciascuno di noi l’ha scoperto per la prima volta in quella fase vertiginosa della vita, l’adolescenza, in cui il desiderio ti prende e ti conduce dove non sai di volere andare. E la colonna sonora, fra le hit dei primi anni ’80 e le struggenti canzoni di Sefjan Stevens (fra cui la incantevole “Mistery of Love” candidata all’oscar come miglior canzone originale), ci accompagnano in questo viaggio estatico.

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Luca Guadagnino, regista del film, durante le riprese a Crema.

L’Eden a pochi chilometri da Milano

Inizia il film e subito la villa, in cui si svolgono gran parte delle scene, ci riporta alle estati in cui, da piccoli, ci portavano in magioni simili, di amici di amici. Scatta il meccanismo di immedesimazione, ma anche il gioco di “geolocalizzazione”. Quell’estate tanto simile alle nostre dove si svolge? La risposta è in una scritta che compare all'inizio, apparentemente depistante: “Da qualche parte nel Nord Italia”. Guadagnino pare non volerci svelare troppo, eppure, subito dopo, si sentono nominare Montodine, Crema e Moscazzano. Forse il regista, con quella iniziale e vaga allusione geografica, voleva ammonirci che il bello è qui ma potrebbe essere anche altrove. Perché l’Italia è quella miniera diffusa di sorprese che sappiamo. E, soprattutto, capiamo che siamo nelle sterminate e bellissime campagne che circondano Crema. Se sei di Milano e ti piace andare in bici facendo fuoristrada contemplativo, non puoi non finire qui. La Pianura Padana sembra noiosa e tutta uguale per chi non sa guardarla, quella cremonese per noi è la più bella per le sue asimmetrie, le promesse che ci fanno i suoi boschi che diventano muraglie, le sue strade d’acqua, le sue cascine, i suoi santuari abbandonati con le loro storie sinistre. Quando abbiamo capito che il film era ambientato in quel paradiso, è stato inevitabile immedesimarsi in quella estate. Ci siamo concentrati su ogni inquadratura per vedere di riconoscere i posti. È seguito un febbrile lavoro con Google Earth, al termine del quale avevamo identificato Villa Albergoni di Moscazzano dove alloggiano i protagonisti, il monumento ai Caduti di Pandino, dove si dichiarano, il fontanile Quarantina, il Lago dei Riflessi e persino la trattoria dove la troupe è andata a mangiare durante le riprese. Non abbiamo invece trovato la vasca in pietra, ispirata agli abbeveratoi per gli animali da fattoria tipici della zona, dove Elio e Oliver sguazzano nella calura pomeridiana. Abbiamo scoperto che è stata costruita apposta per il film e subito dopo distrutta. Anche i peschi e gli albicocchi, che incorniciano tante scene, sono stati piantati per ragioni di copione. Comunque pare che questa caccia alle location di “Chiamami col tuo nome” abbia preso parecchio piede: tanti stranieri (pare molti cinesi e coreani), innamoratisi del film, si sono messi a cercare i luoghi in cui si consuma la passione dei due protagonisti, tanto che il Comune di Crema ha creato mappe e una audioguida dedicate. Ma il nostro itinerario va oltre i set: è un anello che tiene conto di una terra d’argini che ha molto da raccontare, a partire dalle sue origini, nel VI° secolo, al centro del mitico Lago Gerundo, una zona paludosa alimentata dalle acque del Moso, dell’Adda e del Serio, che aveva al centro un’isola, la Fulcheria, dove oggi sorge Crema (termine che deriva probabilmente dalla parola longobarda Crem, rialzo). La città venne edificata su quell’isola per difendersi dalle invasioni barbariche; ma tutt’intorno c’erano borghi fortificati, con torri, parecchie delle quali esistono ancora oggi e caratterizzano il paesaggio. Poiché c’erano esalazioni gassose di metano, che provocavano incendi, la popolazione locale decise che ci viveva un drago di nome Tarantasio, che uccideva i bambini. Questo drago sarebbe stato ucciso dal capostipite dei Visconti: per questo lo stemma di quella famiglia (e delle Alfa Romeo) è un biscione con un bambino in bocca

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Il film è un progetto americano del 2008, girato in Italia, con sceneggiatura di James Ivory ("Casa Howard", "Camera con vista"). Luca Guadagnino, inizialmente, era stato ingaggiato solo come produttore (con la sua Frenesy Films), perché già impegnato nel remake di Suspiria. Ma, dopo il diniego di vari registi (fra cui Gabriele Muccino e Ferzan Ozpetek), ha deciso di occuparsi anche della direzione del film.

Il monumento della "dichiarazione"

Per il nostro Guadagnino Tour, dato che abitiamo a Milano, abbiamo studiato un itinerario circolare, in senso antiorario, per pure questioni di comodità. Infatti, uscendo dalla tangenziale est a Paullo, si arriva in superstrada a Pandino in appena 27 km. Poi, passando per Crema, si scende a sud est fino a Moscazzano, quindi si risale verso nord sulla sponda destra del fiume Serio, passando per il Lago dei Riflessi e arrivando, infine, al Fontanile Quarantina. Questo dista 14 km dall'autostrada BreBeMi, tramite la quale, in appena 29 km, si arriva alla tangenziale Est di Milano (Forlanini). Il film, abbiamo detto, è stato girato con un effetto vintage, che accentua la sensazione di essere in piena estate, con il caldo, la foschia e la luce accecante. A Pandino i due arrivano in bicicletta e vengono ripresi tra il castello visconteo del XIV secolo (uno dei tanti castelli di caccia della famiglia) e il monumento ai Caduti realizzato da Pietro Kufferle nel 1928. Si tratta di una roccia carsica, sulla cui vetta c’è la statua di un soldato italiano che lancia una pietra a un’aquila morente (l’Austria) e che i Pandinesi chiamano Fedro. Il monumento è stato realizzato per ricordare gli abitanti di Pandino morti durante la Prima Guerra Mondiale, ma è stato aggiornato anche con i morti della Seconda, compresi i dispersi in Russia. È intorno a questo monumento che Elio si dichiara a Oliver, con un giro di parole sibillino, che però l’altro capisce benissimo. Da Pandino in poi, nel film, nulla sarà più come prima. Invece, nella vita vera andiamo verso sud, muovendoci per strette stradine. Attraversiamo Palazzo Pignano, dove si trova una pieve romanica e una delle torri “periferiche” che un tempo difendevano Crema. Il paese, che ha meno di 4.000 abitanti, si presenta come una grande ed elegante cascina, dotata di torre. Ma il principale motivo di interesse è posto lungo una sterrata poco distante: i resti di una villa romana del IV secolo d.C., con accanto edifici più semplici del I secolo d.C. e un ampliamento del V secolo. Superato il Canale Vacchelli, raggiungiamo Crema.

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Elio e Oliver nella piazza di Pandino (CR).

A Crema il tempo si è fermato

La città è molto bella e meriterebbe una visita approfondita, ma in questa sede parliamo soltanto dei luoghi del film. Il Comune di Crema ci ha dato una mappa col percorso e con alcune foto di scena, tra le quali vi figura anche Via Buso, dove i due camminerebbero a piedi spingendo le biciclette. Questa scena, però, non è stata inserita nel film. I due entrano in Piazza Duomo passando sotto al Torrazzo, che è una monumentale torre di accesso le cui origini risalgono al Quattrocento, quando la piazza era sotto controllo militare e c’erano delle porte che venivano chiuse a chiave. Nel Cinquecento vi fu collocato il grosso orologio e, in seguito, sulla parte più alta, una campana. La piazza è chiusa al traffico, piena di gente e ha diversi bar con tavolini. Per fare il film hanno posteggiato auto anni 70/80, ne hanno fatta passare qualcuna e non hanno fatto entrare i turisti. Elio e Oliver conversano seduti a un tavolino bianco, su due seggiole dello stesso colore. Nello stesso punto, per alcuni mesi, il Comune di Crema lasciato lo stesso tavolino e le stesse seggiole, con un recinto di corda, come se fosse una reliquia. Chi ha visto il film diceva “Eccolo!”, altrimenti non capisce. C’è anche una scena dove i due parlano di fronte all’edicola che fa angolo tra piazza Duomo e via Marazzi, così entriamo a parlare col proprietario del negozio. Riceviamo una risposta che sarà comune ad altre persone del posto: “Non ho visto quel film, ma l’ho visto girare. Dopodiché c’è stato un aumento dei turisti, soprattutto stranieri, che vengono qui apposta per ritrovare i luoghi del film. Soprattutto inglesi, cinesi e coreani”. La sensazione è che il film di Guadagnino sia stato vissuto dai cremaschi come una specie di miracolo, un evento soprannaturale inaspettato e favorevole che modifica il corso normale delle cose e i cui benefici sono incalcolabili.

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Una delle scene manifesto del film: Oliver (a sinistra) e Elio, interpretati da Armie Hammer e Timothée Chalamet, seduti in un bar in Piazza del Duomo, a Crema, cominciano a prendere confidenza e a scambiarsi qualche parola. Quel tavolino è rimasto lì per diversi mesi dove è stato immortalato dal film, ad uso e consumo degli instagrammer che venivano in pellegrinaggio nella città per catturare angoli e atmosfere di "Chiamami col tuo nome". La Pro Loco di Crema si è data un gran da fare per promuovere i luoghi visitati dai protagonisti.

Piccoli santuari e grandi ville

Ci allontaniamo da Crema e ci dirigiamo verso Moscazzano, altra località che faceva parte della cinta difensiva della città, una decina di km a sud, al centro della “punta” formata dalla confluenza del Serio con l’Adda. Per arrivarci facciamo soltanto stradine di campagna, passando per Bolzone (dove si trova la trattoria Via Vai, in cui la troupe del film ha mangiato un paio di volte), Cascine San Carlo, San Donato. Quest'ultimo è un gruppo di cascine presenti fin dal Trecento e dotate in seguito di torre difensiva. Ci si arriva soltanto in sterrato, molto facile. Oggi stupisce trovare quella torre in una cascina agricola, ma si tratta di un luogo che ha vissuto momenti drammatici, compreso un incendio da parte dei Lanzichenecchi. Diciamolo subito: a Moscazzano non siamo riusciti a vedere Villa Albergoni, dove è stato girato il film. Nei giorni precedenti abbiamo provato a contattare la propietà e il sindaco del paese, ma non è servito. La foto che trovate nella pagine precedente ce l'ha fornita l'agenzia che ne stava gestendo la vendita quando abbiamo realizzato questo servizio. Si sa che è un bellissimo edificio, il cui aspetto attuale risale al Rinascimento e che è dotato di una torre difensiva. La dimora è cinta da mura e si trova all’interno di un grande parco posto sull’argine naturale dell’Adda. Fa impressione già da fuori… A Moscazzano ci sono anche due edifici religiosi degni di nota: Santa Maria dei Prati, del Quattrocento, che si trova poco fuori l’abitato e dove hanno girato una scena del film “Il primo giorno dell’inverno” del 2008 di Mirko Locatelli e la cosiddetta Chiesa dei Mortini, minuscola, edificata nel XVII secolo, sul luogo dove vennero sepolti i bambini morti durante un'epidemia (che cancellò in pochi giorni l'esistenza di famiglie intere), circoscritta al solo borgo di Moscazzano e, pare, non pestilenziale.

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Molta gente arriva a Moscazzano per ammirare Villa Albergoni, ma le visite non sono permesse. Ci si deve così accontentare delle foto date dall'agenzia immobiliare che ne gestisce la vendita, oppure delle sbirciatine attraverso il cancello d'ingresso.

Il potere dell'acqua

Lasciamo il borgo, passiamo il Serio a Montodine e lo risaliamo lungo la sponda est verso nord, per arrivare al Lago dei Riflessi, dove i due amici vanno a nuotare. La strada che costeggia la sponda orientale del Serio è stretta, piena di curve, molto divertente da percorrere in bici. Si sta spesso nei boschi. Qui, nel Cinquecento, ci fu una devastante piena del Serio, che cambiò la morfologia del territorio, tanto che ci sono due paesi con lo stesso nome ma distanti tra loro (Ripalta Vecchia e Ripalta Arpina) perché parte della popolazione dovette spostarsi più a sud. Il fiume cambiò percorso. A un certo punto, dietro una curva, compare il Santuario del Marzale, sede di battaglie e di tregue tra il 1200 e il 1400. La piena del corso d'acqua ne distrusse una parte e la strada, che un tempo passava a ovest, venne spostata ad est. Il Lago dei Riflessi si trova nel Parco del Serio, vicino a Ricengo. Si tratta del solito lago artificiale nato riempiendo una cava, ma non sembra avere questa poco romantica origine: è un luogo suggestivo, circondato da boschi e rovinato da chi fa pic nic lasciando i rifiuti per terra (è scandaloso!). Nel film appare come un luogo idilliaco dove fare il bagno, e i protagonisti del film ci tornano più volte. Il nostro giro finisce più a nord, a Capralba, sulle rive del Fontanile Quarantina, dove Elio ama isolarsi per leggere. Ci si deve arrivare a piedi: lo sterrato è vietato, a meno di non avere un’autorizzazione. Ma val la pena percorrerlo, non solo perché il fontanile è un posto piacevole dove fare una sosta, ma per la bellezza dei boschi circostanti, molto fitti ed estesi. Nel film vengono ripresi sia il fontanile sia i due protagonisti che pedalano sullo sterrato, andata e ritorno. Evidentemente questa strada piaceva molto anche a Guadagnino, oltre che a noi.

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 Il Lago dei Riflessi, che compare nel film, è invece ricavato da una cava.

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