Quando e come nasce l'e-bike

Alla prima bici elettrica, che risale all’Ottocento, sono seguiti innumerevoli progetti di inventori eclettici che hanno posto le basi della moderna e-bike. A Yamaha si deve il primo modello con pedalata assistita (PAS).

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Il designer ingleseBen Bowden mostra la sua innovativa bici (con batteria integrata bel telaio) al pubblico della fiera "Britain can make it" (1946).

La bici a pedalata assistita appare una seducente novità seppur la sua storia abbia origini remote non dissimili da quella della motocicletta. A firmare la prima bici con la scossa è Louis-Guillaume Perreaux con la variante elettrica della Vélocipede à Grande Vitesse, modello considerato da molti il primo motociclo della storia nella versione con motore a vapore del 1869. È un periodo nel quale eclettici inventori concepiscono cicli eccentrici come il tandem inglese della Humber con quattro accumulatori collegati in serie al centro del telaio o i più noti modelli creati da Ogden Bolton Junior e Hosea Libbey. Una bici con motore nel mozzo posteriore e batterie allacciate al tubo orizzontale la prima e una creazione innovativa con unità e accumulatori al centro del telaio la seconda. Modelli poco amati dagli estimatori della “velocità” che preferiscono le emergenti proposte con motore a scoppio rispetto a cicli con pesanti batterie a piombo poco efficienti e pericolose in caso di caduta.

Humber, il tandem elettrico, venne utilizzato nel 1899 nel Bol d'Or, una gara di ciclismo su pista a Parigi. Era equipaggiata con quattro batterie.

Più fortuna hanno le realizzazioni tra le due guerre. La tedesca Heinzmann avvia la produzione di motori elettrici per bici e moto, attività ancora oggi vivida, seppur le applicazioni nel tempo siano rimaste sconosciute. Il colosso Emi Philips ricorre il sogno elettrico prima (1932) alleandosi con l’azienda di cicli Simplex, poi (1937) con l’olandese Gazelle, realtà che offre una gamma e-bike ancora oggi. Gli assemblaggi superano di poco il centinaio, stesso traguardo raggiunto dalla Junker con il suo pesante esemplare del 1933 (50 kg senza batterie) che richiede un giorno di ricarica per avere 40 km di autonomia. Più scalpore suscita il GoBike, un carrellino con batterie e motore da agganciare ai foderi della bicicletta per trasformarla da muscolare a elettrica. Un kit creato dall’americana LeJay che deve il suo successo all’impoverimento della popolazione dovuto al crollo della borsa di Wall Street nel 1929 rendendo l’auto un bene di lusso.

Il colosso olandese Philips e il costruttore di bici Simplex realizzarono insieme questa e-bike, che aveva una batteria da 12 Volt.

La bici del futuro di Bowden

Il secondo dopoguerra si apre con uno dei cicli più avveniristici della storia con la scossa. È la Classic progettata dal designer Benjamin George Bowden e svelata al Britain Can Make It, la fiera organizzata a Londra per ridare slancio a un’economia disastrata dal conflitto. Un modello ribattezzato “Bicycle of the Future” per le innovazioni introdotte: il telaio aerodinamico in alluminio pressato ha all’interno le batterie, mentre nel mozzo della ruota posteriore c’è una dinamo per generare energia in discesa e rilasciarla in salita per assistere alla pedalata. L’entusiasmo induce il re Farouk I d’Egitto a ordinarne sei esemplari e altri a seguire il suo esempio. Il futuro della Classic, però, è sfortunato: I produttori inglesi, infatti, la ritengono troppo costosa da produrre, un investitore sudafricano interessato rinuncia per i disordini sociali esplosi nel Paese e l’imprenditore americano Joe Kaskie la realizza con il nome Spacelander, ma con carena in fibra di vetro e senza il sistema elettrico. Con la fine del sogno di Bowden svanisce anche l’interesse per i cicli, relegati a margine della mobilità dall’avvento della motorizzazione di massa.

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La Electra della tedesca Solo: era dotata di motore Bosch da 750W e da due batterie da 12 V. Era venduta per corrispondenza, costava 1.100 marchi e andava a 24 km/h.

L’inizio dell’era moderna

A ridare vigore alle due ruote elettriche è il boom del prezzo del greggio generato dalla crisi petrolifera del 1973. La Cina avvia il programma per la mobilità elettrica che, sul finire del secolo, porterà a una produzione di decine di migliaia di e-bike, ma altri progetti per le due ruote a batterie nascono anche altrove. I più noti sono la Solo Electra, e-bike con 100 km/h di autonomia ma un peso eccessivo (67 kg), e una Panasonic con batterie dietro il tubo verticale e le sembianze di una moderna e-bike. Il periodo è fervido, soprattutto di progetti alla base delle future produzioni. La Kinzel sviluppa il primo sistema compatibile con un cambio posteriore e Charles Davidson e Peter Leighton brevettano di un kit con motore nel movimento centrale e privo di attriti quando si pedala con l’unità spenta che attira l’interesse di Bosch. Altre innovazioni arrivano da Egon Gelhard e Amedeo Restelli. Il tedesco crea un motore elettrico nel mozzo della ruota posteriore in grado di funzionare insieme alla pedalata o in modo indipendente, l’italiano un’unità nel mozzo anteriore con un’insolita trasmissione a 2 marce. Alla fine degli anni ‘80 arrivano anche le prime batterie al Nichel-Cadmio di Sanyo, più leggere e prestanti, e un sistema molto simile all’attuale pedalata assistita, EOV (Electronic Varable Overdrive) di Michael Kutter. La svolta, però, giunge nel 1989 dal Giappone con il deposito del brevetto Pedal Assist System (PAS) da parte di Yamaha. È la tecnologia che eroga l’assistenza in combinazione con la pedalata alla base delle odierne e-bike e che ha prima applicazione sulla PAS, modello del 1993. Negli anni a venire arrivano le batterie al Nichel-Cadmio, al litio e i kit con due livelli di assistenza, mentre in Europa la Flyer realizza la prima e-bike prodotta in serie. È il 1995 e la rivoluzione elettrica è solo all’inizio.

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