di Mario Ciaccia
05 March 2024

Rifugio Venini, la Norvegia a 90 km da Milano - Episodio Due

Vi abbiamo introdotto il tema di questa seconda serie della neonata rubrica "Pedalate a puntate" che, come potrete intuire, prevede più articoli dedicati a un argomento. La prima serie era dedicata al Muro di Sormano. Quella che state leggendo è la seconda puntata della seconda serie, che racconta di quella bella salita (qui parliamo della sua parte più bucolica e intima, dove non passa nessuno) che porta al Rifugio Venini e della gravel in sella alla quale lo abbiamo raggiunto, la Yamaha Wabash RT

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Quindi siamo qui, in una radiosa domenica di metà febbraio, per provare la Wabash in un percorso da favola. Certo, è inverno e il rifugio sarà sicuramente chiuso e ricoperto da metri di neve, ma proviamo lo stesso, dai. Come dissi in Puntata Uno, la salita da San Fedele l'affrontiamo dalla Val Lirone. Da qui, i monti su cui sorge il rifugio Venini non si vedono.

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Ma se ne vedono altri, che ci fan capire che il Venini non è schiacciato da un'immensa massa di neve. Quello è il Monte Generoso, 1.701 m.

Si noti che, mentre sto scrivendo questo articolo, è in atto una perturbazione che ha portato una marea di neve sulle Alpi, una nevicata biblica come non se ne vedeva da anni. Per cui adesso mi sembra incredibile avere fatto questa gita in condizioni primaverili, appena una settimana prima.

Fa pure caldo, per cui Paola sale in maniche corte e calzoncini. Qui siamo a Ponna Superiore, quota 900 m.

Ma come va questa Yamaha Wabash RT? La prova è stata interessante, perché casualmente anche la mia e-bike è motorizzata Yamaha, ma è una roba di nove anni fa. Abbiamo quindi potuto fare un confronto su come sono cambiati i motori della Casa giapponese in questo lungo lasso di tempo. Iniziamo con una perplessità: oggi la tendenza è quella di fare e-bike con motori piccoli (coppia max sui 50/60 Nm) e batterie piccole (250/320 Wh) per scendere sotto i 20 kg di peso, oppure motori performanti (coppia max da 80, 100, anche 120 Nm) con batterie da 700 Wh e oltre. Questa Wabash, col suo motore Yamaha PW-ST da 70 Nm, batteria da 500 Wh e peso di 21,4 kg, si trova proprio in mezzo tra le due tendenze. Il più performante della famiglia PW è l'X3, con 85 Nm di coppia. La mia monta il primo PW, che aveva 70 Nm e, all'epoca, era al top.

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La gravel di Casa Yamaha utilizza lo stesso telaio in alluminio idroformato della city-bike CrossCore RC. A differenza di quella ha però la forcella rigida, la piega da gravel, una componentistica più pregiata, pesa 2,5 kg in meno (21,4 kg) e costa mille euro in più (3.499).

I livelli di assistenza sono sei: spento, Eco+, Eco, Basic, High ed Automatico. Una grossa sorpresa tra il motore 2024 e il 2015 è l'assenza di attrito a motore spento: la Wabash sembra una bici muscolare. Per questo in modalità Eco+ ed Eco non si nota quasi l'intervento. Negli altri sì, si sente. La mia mtb, essendo vecchia, ha meno livelli (manca l'Eco+) ma l'intervento si sente già mettendo l'Eco. La sensazione è che la nuova vada molto più forte della vecchia. La mia è una Haibike Sduro Fullnine: ai tempi era considerata una marathon, oggi un catafalco. Rispetto alla Wabash pesa di più e le gomme da 2,2" fanno più attrito, ma non sembra esserci solo quello. Pur dichiarando 70 Nm di coppia massima, sembra che la gravel acceleri molto di più fin dalla prima pedalata, anche se a guidarla sono io, che peso tanto. Il confronto a livello consumo è impressionante, ma lì va considerato che la mia bici pesa 10 kg in più, io peso 45 kg più di Paola e il mio zaino fotografico pesa 10 kg, mentre lei non ha nulla. 65 kg di differenza possono uccidere e infatti lei farà 900 m di dislivello con 250 Wh ed io con 450: lei alternando Eco e Basic, io sempre in Basic. Quindi una Paolina, con una Wabash con batteria da 500 Wh, potrebbe farsi uno Stelvio da Spondigna.

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Nel frattempo che chiacchieriamo, siamo all'Alpe Tellero, a quota 1.080 m.

La quinta modalità è quella automatica. La bicicletta adegua il livello di assistenza in base alla tua spinta sui pedali. Non è tarabile: ha una sua impostazione base, uguale per tutti. Quando sei fermo, in pianura e discesa, si autoimposta sul livello Basic ma, se pedali blandamente, scende su Eco o addirittura Eco+. Se parti in salita, si piazza direttamente su High. Ѐ un sistema interessante, ma paga un problema che hanno tutte le biciclette a pedalata assistita.

Prima di parlarne, tanto vale mettere un'altra foto della nostra salita: siamo sempre nella Valle del Lirone e qua manca poco a un lago chiamato Bolla del Tellero, a quota 1.100 m. 

Allora, qual è questo problema? Le e-bike sono note come "le bici con cui non si fa fatica", ma in realtà non è così. Un po' di fatica la fai. Devi comunque muovere le gambe, sei comunque seduto su un sellino stretto e duro... La profonda differenza è che con la bicicletta muscolare, se non sei allenato, a un certo punto inizi a soffrire veramente, non ce la fai più, devi concentrarti, vincere il corpo con la mente, sputare sangue. Con la e-bike questo non succede. Un po' di fatica la fai, ma non è minimamente paragonabile. Tuttavia, il suo motore è meritocratico: premia chi spinge di più. Maggiore è la forza che imprimi sui pedali - quindi maggiori sono lo sforzo e la fatica - più il motore risponde. Ciascun livello di assistenza ha un range di spinta massima e minima. Conosco amici allenatissimi che amano alternare la muscolare alla e-bike, senza pregiudizi perché, a parità di fatica, vanno più forte: e andare veloci è divertente, in più ti fa chiudere un certo giro prima di pranzo. Il problema è che se non sei allenato e, a un certo punto, inizi a sentire la fatica e a pedalare più blandamente, il motore se ne accorge e ti dà meno assistenza quando, invece, dovrebbe dartene di più. Con la modalità automatica, quando questo succede il motore non solo spinge di meno, ma passa al livello di assistenza inferiore. Paradossalmente, a quel punto conviene aumentare la cadenza di pedalata... per fare meno fatica! Che io sappia, non esiste ancora una e-bike che funzioni al contrario, ovvero che aumenta la spinta quando diminuisci la cadenza. Immagino che, se mai ci si arriverà, ci sarà di mezzo l'intelligenza artificiale.

Intanto che facciamo esperimenti elettrici, quel perentorio cartello ci istiga a telefonare al rifugio. Siamo in inverno ed è sicuramente chiuso e ricoperto di metri di neve, ma che ci costa chiamare per sapere se potrebbero farci un piatto di pizzoccheri?

Visto che avevamo previsto di mangiare bacche e licheni, metti caso che lassù siano aperti... Così telefoniamo e una voce cordiale ci dice "Sì, venite, vi aspettiamo a braccia aperte".

Dopo la Bolla del Tellero raggiungiamo il bosco dove si trova la Baita Ponnaggio, che è un rifugio con ristorante. Ma è chiusa. Io questo bosco lo adoro, perché in autunno il suo foliage arriva a livelli giapponesi (mi sono fatto l'idea che laggiù ci siano i più bei boschi autunnali del Mondo).

Se siete amanti del genere, vi suggerisco un posto davvero romantico... e romanico: San Pancrazio a Ramponio Verna, distante appena 5 km da San Fedele Intelvi. L'ho fotografato in un giorno di pioggia, ma era forse persino più bello che col sole. Di romanico, però, è rimasto poco, essendo la chiesa stata rimaneggiata nel corso dei secoli.

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La volta che ho visto il Bosco della Baita di Ponnaggio al top del suo fascino è stata mentre ci passavo in motocicletta, nel novembre del 2018.

Entriamo nel bosco e non ho idea di cosa troveremo, a metà di un febbraio senza neve, quindi il massimo della tristezza e dello squallore?

Gli alberi sono completamente spogli, ma il tappeto di foglie è rimasto. Non male anche in febbraio, dai.

In questa tratta la pendenza è modesta e si sale di quota lentamente. In tutto, la salita da San Fedele al rifugio misura 19 km. Ovunque, i toponimi hanno a che fare con la parola Ponna. Avrebbe una derivazione greca (Peona o Peonia, che era la personificazione del Castigo), o celtica (Epona, dea dei cavalli). Si esce dal bosco e si passa per l'Alpe di Ponna, che sembrerebbe disabitata, se non fosse per un fastidiosissimo cane.

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Il bastardo rincorre Paolina e le azzanna un tallone. O magari è di razza e non è un bastardo? Non me ne intendo...

Meraviglia: dietro di noi si staglia il Monte Rosa. Quello sì, è innevato. Lo sareste anche voi, se foste alti 4.664 m sul mare.

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Quota 1.180 m, si entra in un secondo bosco.

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Gli ultimi 2 km della Val Lirone sono sterrati e in perfetto piano, a quota 1.220 m. Là in fondo, a destra, si intravede la Grigna Settentrionale.

In questo modo termina la risalita della Val Lirone. Al quindicesimo km ci si innesta nell'altra strada, quella che sale da Pigra, pericolosa, trafficata. Ma bella, tanto bella. Fin qui abbiamo pedalato in una dimensione intima, bucolica, romantica, persino onirica. Adesso manca il tratto più spettacolare e panoramico, anche se pericoloso e trafficato. Ma ho scritto troppo, come al solito: meglio riprendere la prossima settimana.

(fine seconda puntata)

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