Parliamo ancora di cadute e facciamo il punto sulla sicurezza

Con ancora vivide nei nostri occhi le cadute di Wout van Aert e Jonas Vingegaard, abbiamo assistito alla tragedia scampata nella quarta tappa del Tour of the Alps dall’australiano Chris Harper, portacolori del team Jayco AlUlA. Questi tristi fatti innescano inevitabili riflessioni sul livello di sicurezza con cui corrono gli atleti, a vari livelli. Vediamoli

Chris Harper è scivolato ad alta velocità a causa della perdita di controllo della sua bici nell’affrontare un dosso in una curva cieca. Si aggiunge la collisione con un marciapiede, terminata poi con un colpo contro un palo della luce dove ha battuto violentemente la testa. Poco dopo, anche Ben O'Connor è caduto nello stesso punto. Nonostante la grande paura per l’esito, il primo se l’è cavata con una lieve commozione cerebrale, mentre il corridore del team Decathlon-AG2R La Mondiale ha riportato una vistosa ferita sul volto.

È proprio da questo episodio che Geraint Thomas, il gallese della Ineos-Grenadiers, vincitore di Mondiali, Olimpiadi e Tour de France, lancia un grido d'allarme sulla questione sicurezza in gara. “In questo sport è già insito l'elemento del pericolo, ma potrebbe essere fatto molto di più per aumentare la protezione degli atleti”. Svolgendosi su strade pubbliche chiuse al traffico per l’occasione, i ciclisti incontrano infatti lungo il percorso di gara dissuasori di velocità, spartitraffico, rotonde, marciapiedi, restringimenti di corsia, ecc… tutti elementi necessari a rendere più sicura la circolazione degli utenti quotidiani ma che di contro aumentano il rischio di cadute per le manifestazioni ciclistiche. Per questo motivo, negli anni, le direzioni di gara hanno iniziato a segnalare in modo evidente tramite cartelli e addetti alla sicurezza, i pericoli previsti. Oltre alla presenza sul posto di queste figure, in maniera preventiva, viene anche incontro ai ciclisti e ai loro direttori sportivi, il road-book, un vero e proprio manuale di gara fornito nei giorni precedenti la stessa, in cui vengono riportati tutti i dettagli del percorso. A queste soluzioni che possiamo definire passive, si sono aggiunti elementi che in modo attivo influiscono sulla sicurezza dei corridori. È stato reso obbligatorio l’uso dei caschi che, come nel caso citato in apertura, ha sicuramente aiutato a salvare la vita ad Harper. Sono stati introdotti i freni a disco che permettono una frenata più efficiente e modulabile in qualsiasi condizione meteorologica incontrata o, ancora, le sezioni dei copertoni più generose che garantiscono maggiore grip sull’asfalto. C’è da dire che parallelamente ad una maggiore sicurezza, cresce anche la confidenza dei ciclisti nel percorrere le strade con maggiore velocità, rendendo non più efficaci a dovere le misure introdotte. Proprio per questo motivo, l’UCI, l’organo mondiale di governo del ciclismo sportivo, accanto alla CPA, l’Associazione Mondiale a tutela dei corridori rappresentata dall’ex ciclista Adam Hansen, stanno muovendo i primi passi per intervenire in modo più efficace in materia. Ricordiamo ad esempio il Protocollo Alte Temperature che stabilisce una temperatura massima entro la quale possono essere disputate le gare, che si contrappone all’Extreme Weather Protocol che ne permette la modifica o l’annullamento in caso di condizioni meteo avverse.

Ben più evidente è stata la modifica del percorso nella Parigi-Roubaix disputata qualche settimana fa, che ha però suscitato pareri contrastanti, a partire proprio da uno dei protagonisti, Mathieu van der Poel che ha commentato: “ma è uno scherzo? Non mi piace. Rende il percorso ancora più pericoloso”. Si riferiva ad una secca chicane posta all’imbocco della celebre Foresta di Arenberg, elemento decisivo della corsa, che è stato inserito con l’idea di rallentare la velocità del gruppo e rendere più sicuro l’ingresso dei corridori nel tortuoso tratto di pavè ma, al contempo, ha aumentato il generale nervosismo vigente in gara, spingendo i corridori a lottare per guadagnare una posizione favorevole cercando di perdere quanto meno tempo possibile nell’affrontarla. Alle maggiori velocità si aggiunge una maggiore aggressività di gara, ed è per questo che David Lappartient, presidente dell’UCI, sta pensando di introdurre un sistema di cartellini gialli e rossi per sanzionare e, nel caso limite, anche squalificare, i comportamenti ritenuti pericolosi ed inopportuni dei ciclisti.

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Si può dire quindi che ad oggi la sicurezza risulta un elemento in precario equilibrio fra regole e progresso, anche dei materiali. Proprio da questi ultimi arriva un’interessante tecnologia. Si chiama Grid Skin (GRDXKN®) ed è un brevetto introdotto dal Q36.5 in grado di salvaguardare in parte la pelle dalle abrasioni e ammortizzare gli urti in caso di incidente. La tecnologia utilizza la stampa 4D di nuova concezione per integrare uno strato protettivo al tessuto del prodotto nelle zone più esposte in caso di caduta, come spalle e scapole se applicate alla maglia e fianchi, se si tratta dei pantaloncini. Per ottimizzare il prodotto sono state condotte numerose simulazioni di caduta, che hanno rilevato una resistenza all’abrasione 5 volte superiore a quella di un tessuto non trattato. Al contrario di quanto si possa pensare, il tessuto risulta comunque leggero (vi è un aumento di peso pari a soli 20 grammi), traspirante ed aerodinamico. A lato pratico Grid Skin è integrata nei pantaloncini Gregarius e nella maglia Pinstripe, capi faro della collezione primavera/estate di Q36.5.

Per il momento, questa tecnologia rimane riservata ai soli ciclisti amatoriali, ma chi lo sa se in un futuro prossimo anche i professionisti potranno godere di questa interessante tecnologia andando a rispondere alle affermazioni ancora una volta espresse da Van der Poel “Pensate all'abbigliamento, a cosa indossiamo pedalando a quella velocità (medie orarie intorno ai 40 km/h, ndr). Certamente non è il massimo. Dovremmo indossare qualcosa che ci protegga meglio. Non saremo mai completamente al sicuro ed è un peccato”. In pratica sta succedendoil contrario di quanto avviene in altri sport: i dispositivi di sicurezza dai campi di gara arrivano alla strada. È comunque un inizio.

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